Nel 2023 gli Stati Uniti, tramite il fondo Usaid, hanno destinato 1,6 miliardi di dollari per le emergenze umanitarie nell’area del Medio Oriente e del Nord Africa, più della metà sono stati destinati a Siria, Libano, Palestina e Giordania. Ebbene, nei primi sei giorni di bombardamenti in Iran, il costo dell’attacco è costato ai contribuenti statunitensi 11,3 miliardi di dollari, secondo quanto stimato dal Center for Strategia and International Studies. È come se gli Usa avessero deciso di infliggere un’ulteriore sofferenza ai popoli ai quali, lo scorso anno, hanno decurtato in modo importante gli aiuti. Prendiamo lo Yemen: fino al 2023 gli Stati Uniti erano il primo donatore con 714 milioni di dollari del World Food Program, il programma per contrastare la carestia che il Paese sta affrontando (argomento che passa sotto traccia ormai da anni nell’opinione pubblica). Nel 2025 l’amministrazione Trump ha cancellato i 105 milioni di dollari previsti.
Ma il tema non riguarda soltanto gli Usa. Tra il 2015 e il 2016 il totale dei finanziamenti umanitari in tutto il mondo è crollato da circa 23,97 miliardi di euro a circa 7,34 miliardi, secondo i dati del Financial Tracing Service.
In un freschissimo report sull’emergenza in Medio Oriente, pubblicato pochi giorni fa, Caritas Italiana lo mette nero su bianco: “Il sistema umanitario internazionale è gravemente sotto pressione. I tagli ai finanziamenti degli ultimi anni, a partire dal blocco dei fondi Usaid, hanno ridotto la capacità di risposta proprio mentre i bisogni crescevano. Inoltre, il World Food Programme ha segnalato la necessità di prepararsi a un possibile aumento dei bisogni alimentari nella regione qualora l’instabilità dovesse protrarsi. In molti dei Paesi dell’area in cui Caritas opera, una parte significativa della popolazione dipende già dai trasferimenti umanitari”.
L’ingranaggio per attivare una delle più gravi crisi umanitarie globali è carico e pronto per scattare. Basta l’innesco, e l’escalation del conflitto tra Israele, Stati Uniti e Iran, sembra la scintilla che mancava. l’International Organization for Migration ha stimato che 16 milioni di persone fossero sfollati interni già prima che il conflitto deflagrasse, come abbiamo visto avvenire il 28 febbraio scorso. Da quella data, già un milione sarebbero i nuovi sfollati interni in Libano.
Quasi 40 mila persone sarebbero fuggite dal Libano alla Siria. E le conseguenze dalle chiusura dello stretto di Hormuz “rischiano di essere profonde e durature ben oltre i confini della regione – si legge nel report di Caritas -. I Paesi a basso reddito che dipendono dalle importazioni energetiche saranno i primi e i più colpiti dall’impennata dei prezzi, con effetti diretti sulla disponibilità di cibo, fertilizzanti e beni essenziali”.
Gli stessi interventi umanitari sono messi in crisi dall’aumento dei costi energetici. È quello che negli ultimi tre anni abbiamo visto accadere a Gaza. E che ora potrebbe ripetersi su una scala drammaticamente più grande.
Andrea Frison
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