Altavilla Vicentina, Montecchio Maggiore, Camisano, già realizzati. In futuro potrebbero arrivare a Villaga, Lonigo, Vicenza e Schio. Quanti sono e dove sono nel Vicentino i “data center”? Quei capannoni che si potrebbero riassumere in enormi computer, fabbricati che sommano centinaia, migliaia di server che “h24” elaborano, archiviano e trasmettono dati? Di sicuro ad oggi ce ne sono 3 – appunto ad Altavilla, Montecchio e Camisano – ma sono in essere domande al gestore delle connessioni Terna per realizzarne più che altrettanti. Sulla carta, dal nord al sud del territorio vicentino ci sono nuove richieste per poco meno di un gigawatt.
La corsa alla domanda
«C’è un fattore “10 a 1” fra le richieste che ha ricevuto Terna per nuove installazioni e quelle che effettivamente poi verranno realizzate». Arturo Lorenzoni, docente di Economia dell’energia all’università di Padova, in passato vicesindaco di Padova e candidato del centrosinistra alla presidenza regionale, butta acqua sul fuoco. Anzi, aria fredda su circuiti e schede surriscaldate: «È in essere una corsa alla domanda per la realizzazione, perché molti soggetti hanno i terreni e gli spazi e sperano di realizzare le strutture per poi cederle a terzi. La domanda a Terna per far partire l’iter costa molto poco, meno di 3mila euro: per questo ci sono moltissime richieste, ma siamo consapevoli che tante non arriveranno poi al termine». Per il Wwf e assieme all’università il docente la scorsa primavera ha realizzato un report dal titolo “Data center: quanti, dove e come” che cerca di rispondere alle domande e anche alle legittime preoccupazioni dei cittadini riguardo a questi nuovi protagonisti dello sviluppo economico. Protagonisti, di sicuro visto l’incremento che il settore sta vivendo anche in Italia. Secondo il report 2026 di IDA, Italian Datacenter Association, a livello nazionale la potenza installata è passata da 590 megaWatt (MW) nel 2023 a 600 nel 2024, a 760 l’anno scorso. Lo sviluppo è trainato naturalmente dalla IA, le varie forme di intelligenza artificiale con richieste sempre maggiori di capacità di calcolo, elaborazione e conservazione dei dati in “cloud”. Le strutture vanno divise in 3 branche a seconda della dimensione: “edge”, piccoli datacenter da pochi MW di prelievo di energia che consentono di dare servizi alla clientela finale e al territorio; “colocation” per le strutture fino a qualche decina di MW, con server e apparati IT affittati a realtà diverse; infine gli “Hyperscale” per le strutture ad alto prelievo di energia, realtà fino a centinaia di MW di potenza.
Dove sono, quanti sono
Potenze a parte, quanti sono? Il sito https://www.datacentermap. com/ censisce ad oggi 262 data center in Italia: un numero in rapida crescita, a fine marzo ne contava 216. La parte del leone la fa Milano (99 strutture), seguita da Roma (28), Torino (13) e Bergamo (10). Il Veneto conta 28 strutture di cui 3 nel Vicentino: Axera Spa ad Alte Ceccato (Montecchio), Wifiweb srl ad Altavilla, Mars Data Center a Camisano. Il portale – che pure dà dati globali e in continua evoluzione – non riporta le dimensioni in termini di prelievo di energia delle singole installazioni. In parallelo, un’indicazione dell’evoluzione nel territorio la danno le domande fatte a Terna. Domande “in progress”, beninteso, e che non necessariamente si tradurranno in una nuova struttura. Il portale https:// dati.terna.it/econnextion#utenti- di-consumo riporta un monitoraggio in tempo reale delle domande di connessione presentate per i datacenter, a partire dalla STMG (soluzione tecnica minima generale) che è il preventivo tecnico proposto da Terna per connettere un nuovo impianto alla Rete di trasmissione nazionale, fino alla Stmd, soluzione tecnica minima di dettaglio che definisce le opere necessarie all’allacciamento dopo aver ottenuto le autorizzazioni, quindi ad uno stato più avanzato dell’iter di connessione. Al 30 settembre la provincia vicentina risulta assommare 870 MW di richieste di connessione di nuovi datacenter: 170 MW a Villaga e 200 a Montebello con Stmg da accettare, 50 MW a Vicenza e 450 a Schio con STMG già accettata.
Allarmi e buone pratiche
«Le richieste di allacciamento pervenute a Terna sono già un ordine di grandezza superiore rispetto alle stime di fabbisogno dei servizi Ict e IA e nonostante questo le nuove domande ad aprile 2026 sono ancora in crescita» evidenzia il professor Lorenzoni nel report. Snocciolando dati: le richieste sommavano 14,18 gigaWatt a fine 2024, a cui si sono aggiunti 41,46 GW nel 2025 e altri 22,82 fino ad aprile di quest’anno. Una crescita esponenziale «poco conciliabile con il ritmo di realizzazione di questi progetti, assai minore». Il report si sofferma anche su questo passaggio: i tempi reali vanno dai 3 ai 7 anni. L’eccesso di domande per il docente universitario è fattore che crea confusione e pure allarme sociale, «la gente guarda i numeri e si spaventa». Il pericolo di fondo sembra soprattutto quello di non governare adeguatamente un fenomeno in rapida espansione ed evoluzione. «Il rischio – sintetizza Lorenzoni – è di trovarsi delle infrastrutture sul territorio che creano disagi e che sono fuori luogo urbanisticamente. È doveroso che le amministrazioni locali se ne preoccupino, quanto proposto da Vicenza è un buon esempio. Va aggiunto il tema del consumo dell’energia e dell’acqua. Ma nei prossimi anni questi consumi scenderanno, perché i nuovi datacenter saranno molto più efficienti». Il report si sofferma su questo aspetto, citando esempi. Uno su tutti quello di Google, che ha comunicato di aver ridotto di un fattore 33 il consumo di energia per una query nell’arco di un anno tra maggio 2024 e maggio 2025. «Conta molto anche l’evoluzione nel raffreddamento. Oggi nei datacenter si lavora a 23, 24 gradi ma in futuro si arriverà a lavorare a 70 gradi, con molto meno bisogno di raffreddare. Innovazioni tecnologiche che messe insieme riducono l’allarme sul consumo di acqua ed energia» osserva lo studioso, che approfondisce i temi nel rapporto pubblicato con il Wwf ( https://www.wwf. it/cosa-facciamo/pubblicazioni/ data-center-quanti-dove- e-come-e-soprattutto-alimentati- con-quali-fonti-energetiche/ ).
Rinnovabili e teleriscaldamento
Quello che è veramente importante, secondo Lorenzoni e l’associazione ambientalista, è che la maggior richiesta di energia sia alimentata con fonti rinnovabili. «Le proiezioni che abbiamo fatto sono di un incremento di domanda, ma non di un incremento non gestibile – sottolinea Lorenzoni -. L’importante è alimentarlo con energie rinnovabili e non con fonti fossili che producono gas serra». Pollice in giù per il nuovo termoelettrico, ma anche per il nucleare, giudicato fuori tempo massimo: «Anche nell’ipotesi più favorevole nessun impianto potrebbe essere in funzione in Italia prima del 2038». Pollice in sù, invece, per le rinnovabili con contratti di lungo periodo con fotovoltaico ed eolico più accumuli per coprire una domanda continua. «Secondo uno studio americano la co-localizzazione di solare e accumulo presso centrali a gas sottoutilizzate può coprire la gran parte della domanda a costi competitivi, 60-138 dollari a megawattora». Un esempio recente «lo abbiamo visto in Sicilia – riprende lo studioso – dove Microsoft ha stipulato un contratto PPA, power purchase agreement, acquistato interamente i 400 MW di un nuovo impianto fotovoltaico. La stessa presenza di queste macchine, in prospettiva, diventa fattore di regolazione per la rete, quindi un valore». Infine lo stesso effetto Joule il riscaldamento prodotto dal passaggio della corrente elettrica nei circuiti – può diventare una risorsa. Infatti con l’avvento di datacenter capaci di lavorare a temperature superiori – gli impianti con classe di raffreddamento W4 e W5, quindi acqua di alimentazione a 45 gradi – la dispersione di calore può essere impiegata per il riscaldamento e i processi industriali. Un paio di esempi in Italia si hanno a Milano e Brescia, dove la municipalizzata A2A ha appunto integrato l’energia termica di scarto dei server nelle reti urbane di teleriscaldamento. «Bisogna avere la fortuna di essere vicini agli impianti di teleriscaldamento. Non è semplice – conclude lo studioso – e in Italia non abbiamo grandi tradizioni di recupero del calore in abbinamento all’uso civile. Ma dove si può fare, è una soluzione da premiare».
Andrea Alba
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