La “crisi” di Ceuta è rientrata, ma ha aperto una frattura tra i Paesi dell’Unione europea sul tema dell’accoglienza dei migranti, difficile da sanare. L’appello lanciato a Lampedusa da Papa Leone all’Europa, perché sia «capace di accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti», è arrivato a poche settimane dall’entrata in vigore del nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo dell’Unione europea.
Un provvedimento che sembra andare nella direzione opposta a quella auspicata dal Papa, in quanto «fa cadere il principio per il quale chiunque può fare domanda di protezione internazionale, ponendo una sorta di “filtro” che di fatto recepisce la prassi, considerata illegittima, degli hotspot», spiega Chiara Pigato, avvocata bassanese, esperta di diritto dell’immigrazione.
Il nuovo «filtro» per chi arriva in Europa
In base al nuovo Patto, «chi arriva sul suolo europeo senza visto di ingresso viene sottoposto a un periodo obbligatorio di controllo su vulnerabilità, salute, età, identità eccetera – prosegue l’avvocata –. L’esito di questo periodo può comportare: l’avvio della procedura di rimpatrio; l’avvio della procedura ordinaria per il riconoscimento del diritto d’asilo; l’avvio della procedura accelerata per il riconoscimento del diritto d’asilo, che deve avvenire alla frontiera».
Questa terza possibilità è la più controversa agli occhi di chi si occupa di diritto dell’immigrazione.
«Trattandosi di “procedura accelerata”, induce a credere che comporti un riconoscimento urgente della protezione internazionale, ma non è così, è il contrario. È una procedura che prevede tempi più veloci, ma minori garanzie e che si basa su una presunzione di infondatezza della richiesta di asilo. È in carico al richiedente dimostrare il contrario».
L’avvio del periodo di controllo e di una delle tre procedure appena descritte pone inoltre un problema giuridico di non poco conto: «Si tratta di una “finzione giuridica di non ingresso”, per cui, anche se una persona è fisicamente presente nel territorio, giuridicamente è come se non lo fosse. Inoltre, l’esito del periodo di controllo non è immediatamente impugnabile. Ciò che si potrà impugnare è solo l’esito della procedura».
Il precedente degli hotspot
Secondo Chiara Pigato e i suoi colleghi esperti di diritto dell’immigrazione riuniti nell’Asgi (Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione), il «filtro all’ingresso» posto dal nuovo Patto, stabilendo chi può richiedere asilo e chi no, di fatto recepisce una pratica giudicata illecita dalla Cassazione, che si verificava durante la crisi migratoria del 2015 e del 2016.
Nei cosiddetti «hotspot», i luoghi in cui venivano concentrati i migranti che arrivavano sulle coste italiane, ad alcuni di loro veniva consegnato il cosiddetto «foglio notizie», una sorta di questionario per stabilire se si trattava di richiedenti asilo o di migranti economici.
La Cassazione ha definito tale pratica illegittima in quanto offriva ampi margini di discrezionalità all’autorità pubblica, precludeva l’accesso a un’informazione piena e corretta e, di fatto, eludeva le norme vigenti in materia di protezione internazionale, comportando gravi restrizioni sull’effettivo esercizio delle garanzie poste a tutela dei diritti spettanti ai richiedenti asilo.
«Con il nuovo Patto questa prassi, ritenuta illegittima, è diventata la regola per tutti i Paesi europei», dichiara Pigato.
La «regola del 20%»
Ad aggravare ulteriormente le cose vi è la cosiddetta «regola del 20%». La clausola prevede che, per un migrante proveniente da un Paese per il quale le richieste di asilo accolte sono uguali o inferiori al 20%, scatti automaticamente la procedura accelerata.
Attualmente, nella lista di questi Paesi figurano Egitto, Nigeria e India, per citarne alcuni, dove per alcune categorie di cittadini si pongono gravi problemi di rispetto dei diritti umani.
«Tutto questo pone serie domande sulla tutela dei diritti fondamentali e del diritto internazionale – conclude Chiara Pigato –. L’impressione potrebbe essere mitigata dall’attivazione di canali regolari per la migrazione, ma di questo non si fa nessun cenno. La mia personale opinione è che si tratti di un provvedimento politico, in un momento storico in cui il tema della protezione delle frontiere è molto in voga. Nessuno però si pone il problema dell’impatto che ha tutto questo su persone vere, concrete».
Andrea Frison
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