Un testamento politico, ma non un congedo. Antonio Guterres ha pronunciato, da pochi minuti, il suo ultimo discorso di apertura all’81ma Assemblea generale delle Nazioni Unite da segretario generale. Dal primo gennaio, dopo due mandati, non sarà più alla guida dell’Onu. Mancano poco più di cento giorni, ma il suo compito, ha assicurato, non è finito. Al termine, i capi di Stato e di governo gli hanno tributato una standing ovation, nonostante — o forse proprio perché — Guterres non ha risparmiato loro un richiamo severo alla responsabilità verso il mondo e le nuove generazioni. “Le faglie del nostro mondo si stanno allargando. Le crepe sono diventate canyon”, ha esordito Guterres. Guerre, disuguaglianze, crisi climatica e intelligenza artificiale non sono emergenze separate, ma “capitoli della stessa storia: la storia del potere”. Un potere che si sposta tra gli Stati, dai governi verso poche grandi aziende e individui e, sempre più, dagli esseri umani alle macchine. Mentre le istituzioni internazionali continuano a riflettere gli equilibri di ottant’anni fa.
Quattro sono le grandi prove del potere nel XXI secolo, per il segretario generale: pace e sicurezza, disuguaglianze, clima e intelligenza artificiale. Sulla prima, Guterres ha chiesto di usare questa settimana di alto livello per fermare i combattimenti, riaprire il dialogo e consentire il passaggio degli aiuti. Ha denunciato l’attacco di Hamas del 7 ottobre e l’offensiva israeliana su Gaza, “per dimensioni di morte e distruzione diversa da qualsiasi cosa abbia visto” nei suoi anni all’Onu. Poi la condanna di violenze, sfollamenti ed espansione degli insediamenti in Cisgiordania: “Non possiamo permettere che la soluzione dei due Stati scompaia davanti ai nostri occhi”. Parole accolte da un lungo applauso della sala, mentre per il secondo anno consecutivo, l’amministrazione americana ha negato il visto alla delegazione palestinese.
Nessuno sconto sulla guerra russa in Ucraina, “brutale invasione” di un Paese sovrano in violazione della Carta, né sul Sudan e sul Myanmar. Da qui l’appello a riformare il Consiglio di sicurezza: un organismo del XXI secolo senza seggi permanenti africani è “ingiusto e indifendibile”. Anche le superpotenze devono riconoscere che il loro potere ha limiti, ha ribadito a più riprese Guterres.
La seconda prova, per il segretario dell’ONU, è la disuguaglianza, di reddito ma anche di potere e voce. Miliardi di persone restano prive di cibo, acqua, istruzione, lavoro dignitoso e cure, mentre i Paesi più poveri sono schiacciati dal debito. E arretrano i diritti delle donne. “L’uguaglianza non è un sogno, è una decisione”, ha detto, ricordando la parità di genere raggiunta in tutti gli uffici delle Nazioni Unite.
Sul clima, Guterres ha denunciato “una generazione che consuma il futuro della successiva”. Ha chiesto ai governi piani per l’uscita dai combustibili fossili coerenti con il limite di 1,5 gradi e una transizione giusta. Le risorse destinate all’adattamento dei Paesi in via di sviluppo restano irrisorie: “Chi ha inquinato e guadagnato di più deve fare molto di più. Chi inquina deve pagare”.
Infine l’intelligenza artificiale, il nuovo potere concentrato nei dati, nella capacità di calcolo e negli algoritmi. Il pericolo non è la tecnologia, ma “la tecnologia senza responsabilità, la capacità senza controllo, le decisioni senza trasparenza”. Ai governi, soprattutto quelli con maggiori capacità tecnologiche, spetta costruire regole comuni e una supervisione indipendente. L’aula ha applaudito quando Guterres ha scandito che “i bambini non devono mai diventare cavie di sistemi non regolamentati” e che le decisioni sulla vita e sulla morte non possono essere cedute alle macchine: “I robot killer non devono avere posto nel nostro futuro”.
Il finale ha avuto il tono della promessa. L’Onu, ha detto, esiste perché il potere ha bisogno di regole e l’umanità di un luogo nel quale esso risponda a principi. “Il potere più grande non è quello di dominare, ma quello di costruire un futuro che funzioni per tutti”. Quando il mandato sarà terminato, Guterres continuerà a difendere la pace, la dignità umana e “il potere della legge contro la legge del potere”. “Non mi arrenderò mai”. L’intera aula si è alzata in piedi come tributo di gratitudine, mentre Guterres lasciava il podio commosso e le camere inquadravano grandi assenti, come il presidente cinese Xi, quello indiano Modi e lo stesso cancelliere tedesco Merz, che quest’anno hanno scelto di non essere presenti in aula.
Maddalena Maltese, Sir
© RIPRODUZIONE RISERVATA

