«Facevo le cose come bisognava farle, senza brontolare. Le facevo e via». È così che suor Enedina è diventata la “formichina” delle Suore della Divina Volontà, soprannome che le si addice ancora oggi, a 106 anni compiuti lo scorso 28 settembre (anche se in realtà è nata il 27, ma è stata registrata all’anagrafe il giorno successivo). La incontriamo a Casa Betania, casa di riposo per le suore della congregazione fondata da Gaetana Sterni, immersa tra le colline bassanesi. Suor Enedina è una donna minuta dagli occhi vispi, nata tra le montagne friulane alle spalle di Spilimbergo. Ci raggiunge in un salottino, accompagnata dalla superiora di Casa Betania, suor Maria Pia, e dall’affezionatissima suor Loredana. Per parlarle occorre avvicinarsi all’orecchio sinistro. In 106 anni non era mai capitato a suor Enedina di venire intervistata, ma nella vita non si sa mai.
Quando è entrata in convento?
«Io credo di essere nata con la vocazione. Abitavo in montagna, con mio nonno e mio fratello che faceva il muratore. Mi occupavo della casa. Una volta hanno portato noi ragazze a fare gli esercizi spirituali a Spilimbergo e lì ho conosciuto la superiora della casa che ci ospitava. Mi ha subito ispirato fiducia. Credo che il Signore abbia le sue vie e mi abbia fatto incontrare quella suora. E così ho chiesto di entrare nelle Suore della Divina Volontà. Però non sono partita subito. Da noi era ancora tutto distrutto per la guerra e in più avevo mio nonno e mio fratello da accudire. Ma sono cresciuta serena, sapendo che sarebbe arrivato il mio momento. Sono entrata in noviziato quando avevo 25 anni».
Come si trova a Casa Betania?
«Sono serena perché in fondo, nonostante l’età, ho la memoria a posto. Vedo delle sorelle più giovani di me che stanno peggio e dico: devo ringraziare il Signore che nonostante tutto mi ha lasciato la coscienza di sapere cosa faccio e cosa voglio».
Prega molto?
«Prego, prego… In questo periodo prego in modo particolare per la persona che il Vaticano ha mandato in Russia. Prego perché le persone e i popoli vengano lasciati liberi, perché la libertà vale più di tutte le cose del mondo».
Le piace leggere e tenersi informata?
«Ah, quella era la sete della mia giovinezza! Il nostro parroco teneva dei libri e mi passava quelli che riteneva adatti per me. Avevo una passione straordinaria per la lettura. Ho preso da mio nonno. Comprava il giornale una volta alla settimana, quando andava a Spilimbergo. Quando sono stata in quarantena per il Covid, mi portavano Avvenire e io lo leggevo dalla prima all’ultima pagina».
Qual è la cosa più preziosa che ha imparato nella vita?
«Compiere la volontà del Signore. Il Signore ha un disegno per ogni creatura, e se ci ha chiamate a essere religiose ci darà tutte le grazie necessarie per arrivarci. Sta a me poi essere una religiosa osservante o ribelle».
È stata una religiosa ribelle?
«Io no, non sono il tipo. Anche perché non ero abituata da casa mia a essere ribelle, essendo orfana e cresciuta con mio nonno. Bastava una parola e io gli obbedivo. Però non mi faceva mai fare cose pesanti, perché sapeva che ero gracile».
Ma secondo lei cosa le sta chiedendo il Signore adesso che ha 106 anni?
«Di essere preparata al suo incontro. Non è una cosa facile. Io dico: “Signore, quando ti incontrerò e mi chiamerai, ti prego, usami la tua misericordia. Chiamami e usami la tua misericordia”. Perché nella vita tutti siamo peccatori, poco o tanto, volontariamente o involontariamente».
Come vive i limiti fisici dell’età?
«Senza aiuto non potrei stare neanche in piedi. Guai se non avessi le infermiere. La mattina sono come un bambino, devono farmi tutto. L’intimità che ognuno vorrebbe non si può avere. È pesante, ma bisogna accettarlo. Ecco, questa è la volontà che il Signore mi chiede».
Andrea Frison
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