«Sister, close your eyes». La polizia di Albuquerque lo ha ripetuto un sacco di volte a suor Giuliana Bragantini. Ma non c’è stato verso di far chiudere gli occhi a questa suora canossiana di 88 anni. «Che delusione l’America. Troppe discriminazioni. Ho assistito a delle vere ingiustizie negli anni in cui ho vissuto a San Francisco, ad Albuquerque o nei pueblos dei nativi americani. Famiglie immigrate dal Messico truffate con la promessa di una casa. Ragazze incinte che superavano il confine per partorire negli Stati Uniti. Giovani nativi che si suicidavano perché senza futuro. Preferisco l’Italia».
Suor Giuliana, che da quattro anni vive a Bassano del Grappa, è partita per gli Usa quando aveva cinquant’anni: «Un’occasione per allargare gli orizzonti, imparare la lingua, fare esperienza ». Tornata in Italia, per una quindicina d’anni ha vissuto tra Roma e Milano, dove ha lavorato in carcere e in alcune comunità di recupero per tossicodipendenti. «Ho imparato a rubare. E tantissime parolacce » scherza suor Giancarla, ma neanche troppo: «I ragazzi che finivano in carcere provenivano tutti da famiglie fragili, ai margini. Fossi nata in contesti come quello sarei diventata una criminale anch’io. Però erano tutti ragazzi molto intelligenti. Guai sottovalutarli. In carcere ho imparato a non giudicare, a non essere moralista. E questo mi ha aiutato molto anche nella vita di comunità, perché tra di noi non ci scegliamo, siamo diverse, ma dobbiamo accoglierci senza pregiudizi».
Portare il velo in questi contesti per suor Giuliana non è mai stato un problema, anzi. «Sono sempre stata trattata con rispetto. Parlavo molto poco, ma ascoltavo tanto. Carcerati, tossicodipendenti, hanno un grande bisogno di parlare liberamente. Si confrontano con psicologi, con avvocati, con volontari, ma spesso raccontano quello che gli altri vogliono sentirsi dire. Con me si sentivano più liberi».
Andrea Frison
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