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Il consiglio di Dante? «Alziamo lo sguardo e guardiamo le stelle!»

25 Marzo 2021
in Cultura
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Il consiglio di Dante? «Alziamo lo sguardo e guardiamo le stelle!»

L'illustrazione dedicata a Dante di Martina Gianello (BreganzeComics)

A 700 anni dalla morte del suo autore, la Divina Commedia di Dante Alighieri (Firenze 1265, Ravenna 1321) mantiene immutato il suo fascino. Ne è convinto il biblista Gregorio Vivaldelli, sposato, padre di quattro figli, docente negli Istituti Teologici della Diocesi di Trento e profondo conoscitore dell’opera dantesca, uno dei più importanti poemi della letteratura mondiale. Secondo gli studiosi, il viaggio di Dante nella “selva oscura” ebbe inizio proprio il 25 marzo, data scelta nel 2020 dal Ministero dei Beni Culturali per il “Dantedì”, la giornata dedicata al poeta fiorentino che quest’anno si colloca, appunto nel 700esimo anniversario della scomparsa di Dante. Un occasione in più per riscoprire questo capolavoro che, secondo il nostro interlocutore, ha molto da dire anche oggi.

Vivaldelli, perché la Divina Commedia continua ad affascinare?

«Si tratta di un testo antico che però, se presentato in maniera accessibile, è in grado di sorprendere per la grandissima risonanza che ha nel cuore delle persone, anche dei giovani. Nella Commedia si respira non solo passione civile, amore per il bello e per il bene, ma soprattutto la grande passione per l’umano aperto al divino che Dante riesce a trasmettere. La Divina Commedia affascina perché scatena il desiderio di relazione con se stessi, con gli altri e con Dio. È un viaggio, per cui presenta la vita come un cammino in cui vieni provocato nelle tue dimensioni relazionali fondamentali, non ultima quella con il creato».

Gregorio Vivaldelli, biblista.

Nel suo viaggio Dante incontra svariati personaggi: mitologici, biblici, suoi contemporanei, appartenenti alla tradizione, giudaica, classica o latina. Riempie la Commedia di citazioni e rimandi ad altre opere, quasi fosse un Tarantino ante litteram. Condivide questa impressione?

«Certamente, ed è una caratteristica estremamente moderna che ci dice quanto Dante sia un autore per l’oggi e per il domani. Inserire citazioni e rimandi è la sua grande capacità. Tanti potrebbero considerarlo uno sfoggio di erudizione teologica, filosofica, storica o linguistica, ma in realtà Dante utilizza tutto ciò che è frutto del genio umano come una specie di lente di ingrandimento per evidenziare il senso della vita umana sulla Terra. Il messaggio di Dante è: tutto ciò che è umano, anche ciò che sembra culturalmente molto distante può concorrere al bene».

Lei come si è appassionato della Divina Commedia?

«Sono sempre stato appassionato di poesia. Ho sempre avvertito la poesia come quel colpo di genio dell’umanità in grado di penetrare la realtà. Il poeta non vive sulle nuvole. Una poesia, se è autentica, riesce ad illuminare e penetrare il nostro presente. E riesce a dire una parola di luce e di verità. Dante ha voluto scrivere in versi proprio perché la poesia esprime l’inesprimibile».

Leggi anche: “Nel mezzo del cammin di nostra vita… mi ritrovai in provincia di Vicenza!”

E la sua formazione da biblista come si è intrecciata con la Commedia?

«Dante fa un utilizzo abbondante non solo di citazioni bibliche ma di categorie bibliche: il viaggio, l’attraversamento, la liberazione. Dante utilizza in modo magistrale la capacità della Bibbia di essere “cibo per lottatori”. Le prime parole che Dante mette in bocca a se stesso sono l’incipit del salmo 51, “Miserere di me”, “Abbi pietà di me”. Non si tratta solo di un rimando diretto al testo biblico ma di una evocazione di tutta la richiesta teologica insita nella richiesta di pietà. La persona realmente forte, la persona in gamba, è quella che ha il coraggio di chiedere aiuto, di chiedere pietà. È un atto di umiltà, di verità, di liberazione».

Un atto che, peraltro, colloca la Commedia pienamente dentro uno dei pilastri del magistero di papa Francesco: la misericordia.

«Proprio papa Francesco lo scorso ottobre ha definito Dante un “profeta di speranza”, mentre nel 2015 aveva parlato della Commedia come del “paradigma di ogni autentico viaggio in cui l’umanità è chiamata a lasciare quella che Dante definisce ‘l’aiuola che ci fa tanto feroci’ per giungere a una nuova condizione, segnata dall’armonia, dalla pace, dalla felicità”. D’altronde, la Divina Commedia no è solo un “patrimonio dell’umanità” ma un “patrimonio di umanità”. Dante ci insegna che ogni nostro gesto, azione, sentimento hanno un valore eterno.Dante, parlando dell’aldilà ci parla dell’aldiquà. Ci fa percepire che il nostro aldiquà è inserito nell’aldilà e che l’eternità è la prospettiva per riuscire a vivere in pienezza i giorni che ci sono dati da vivere sulla Terra. Questo è uno dei grandi messaggi della Divina Commedia: ogni istante della nostra esistenza acquista un senso, un significato, un valore».

Secondo lei la Divina Commedia cosa ha da dire al mondo di oggi, alle prese con la pandemia da Covid-19?

«Viviamo in un tempo in cui è difficile mettere a fuoco il senso della vita. Questo nemico invisibile ha reso visibili le nostre fragilità e precarietà. Dante, forte della sua formazione teologica, filosofica e biblica, è come se ci invitasse a mettere a fuoco la nostra quotidianità, a guardarla più intensamente, ma anche ad alzare lo sguardo e guardare le stelle. È come se Dante ci dicesse: considerate la vostra umanità ma ricordatevi che “fatti non foste a viver come bruti”. Rendere le nostre relazioni più umane: è questo il grande viaggio in Dio. Ecco, Dante ci invita ad alzare lo sguardo dalla punta dei nostri piedi e ad avere il coraggio di fare l’unico passo che possiamo fare adesso: guardare le stelle».

 

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