La bici elettrica è di sua proprietà: Abdul l’ha pagata 1.200 euro. Con quella, il “rider” ogni giorno percorre circa 200 chilometri: Vicenza, Costabissara, Caldogno, Altavilla, fino a Torri di Quartesolo. «Il mese che va bene, arrivo a prendere anche 1.800 o 2 mila euro. Quando va male, 1.400 o 1.500. Certo, mi servono per mandarli a casa». In Pakistan, dove ad aspettarlo ci sono la moglie e sette figli. Abdul, 41 anni, ne parla in un momento di riposo, seduto all’ombra, sotto le colonne che richiamano il Ventennio fascista del grande palazzo che domina piazza delle Poste, a Vicenza.
Piazza delle Poste
Il viaggio fra gli invisibili delle consegne a domicilio comincia da qui, dal centro della città. Già, perché la maggior parte dei “rider” si ritrova in queste vie: piazza delle Poste, piazzetta Palladio, le scalinate della Basilica. Li si può incrociare ogni giorno, d’estate o d’inverno, soprattutto nelle ore dei pasti, riuniti o da soli, mentre aspettano di agganciare un nuovo ordine con la “app” del loro datore di lavoro. Attaccato alla bici elettrica di Abdul c’è il caratteristico zaino termico rettangolare di chi fa consegne a domicilio.
Quello del 41enne è arancione, con il logo di Deliveroo, una delle società che dominano il mercato (fra le altre ci sono Glovo e Just Eat). Interpellato in un momento di pausa, il “rider” spiega, in un italiano un po’ incerto, di essere «qui da 10 anni. In Italia. Sono stato a Milano e Firenze, a Genova. Da un anno sono a Vicenza». E da quando è nella città di Palladio, Abdul ha comprato la bici e si è messo a fare consegne.
«Lavoro dalle 12 fino alle 15, quando smetto. Poi la sera ricomincio alle 18, fino alle 24. Le consegne? Ne faccio circa 10 al giorno, quando va bene 15. Oggi è andata male, ne ho fatte solo due in queste due ore». Il fattorino spiega di aver fatto altri lavori in passato. «Ho lavorato molto in ristoranti cinesi e “sushi”. Preferisco quel che faccio ora», riflette.
L’altra faccia della medaglia è che non c’è alcun riposo. La domanda provoca un certo stupore: «Il giorno di pausa? Non c’è – risponde –. Io lavoro tutti i giorni. A casa ho sette figli, gli mando i soldi. Vado a trovarli ogni due anni, torno per qualche mese».
Piazza dei Signori
La storia del lavoratore pachistano è del tutto simile a quella di tanti altri rider che ogni giorno portano pietanze a domicilio nelle case dei vicentini. Pochi passi più in là, sulle scalinate della Basilica Palladiana, Nadim, di mezza età, pelle scura e capelli pepe e sale, attende di “acchiappare” un ordine dalla “app”, seduto a fianco della sua bici elettrica attrezzata con borsa termica.
Nadim risponde volentieri, sorridendo. Capisce l’inglese, non parla italiano. «Anche molti dei clienti mi parlano direttamente in inglese. Almeno un terzo sono americani – racconta il lavoratore –. Sono qui da dieci anni e faccio questo lavoro da due anni e mezzo. Lavoriamo tre ore a pranzo, un po’ di più all’ora di cena. Tutte le stagioni, certo, anche quando è freddo».
Non c’è la possibilità di andare oltre. Nella mappa sullo schermo del telefono appare la possibilità di agganciare un ordine. Il “rider” clicca e saluta, pedalando in diagonale lungo piazza dei Signori per dirigersi verso la destinazione.
Contrà Muscheria
Ma se Nadim e Abdul sono pachistani, come tantissimi dei fattorini in bici di Vicenza, fra i “rider” berici non mancano gli italiani. Come Silvio, trentenne di Vicenza, che questo lavoro lo fa da circa sette anni. Zaino in spalla e bici per mano, l’incontro con lui avviene in contrà Muscheria.
«Ho scelto questo lavoro per l’indipendenza che dà e perché mi piaceva l’idea di andare in bici. I primi anni si lavorava bene e tanto – spiega –: eravamo in pochi. E con il Covid noi fattorini potevamo girare liberamente, si è lavorato molto e senza stress. Ogni tanto arrivava qualche mancia, o il caffè nei ristoranti».
Ogni consegna vale circa 3,8 euro lordi. Silvio, come quasi tutti i fattorini in bici, ha la partita Iva. «Le consegne le faccio a italiani e anche a molte famiglie americane: arriviamo alla Del Din e vengono al cancello per il ritiro».
Tutto bene, nessun rischio? Non proprio. «Abbiamo un’assicurazione sugli infortuni, ma se c’è un danneggiamento al mezzo dobbiamo pagarci i danni. E possono insorgere dei problemi quando i clienti vogliono pagare in contanti, ma è raro. In realtà, il problema principale è che il lavoro è calato. C’è tanta concorrenza: se una volta arrivavo spesso a fare cento chilometri al giorno, oggi ne faccio 40 o 50. Sto pensando seriamente – conclude il ragazzo – di cercare un altro lavoro».
Andrea Alba
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