“Francesco – Una luce per l’umanità” è il titolo della mostra fotografica allestita nel cortile di Palazzo Trissino, a Vicenza, con e immagini scattate a Papa Francesco da Stefano Dal Pozzolo. Il fotografo originario di Torri di Quartesolo, classe 1976, lavora a Roma dal 2003 per l’agenzia Contrasto e ha eseguito molti servizi in Vaticano, soprattutto su papa Francesco, un Pontefice arrivato dalla fine del mondo e dalla periferia. Sua è l’immagine di Papa Francesco stampata sulla copertina del Time in occasione della elezione al soglio pontificio di Bergoglio. La mostra di Palazzo Trissino (inaugurazione sabato 21 febbraio alle 12.30) cade ad un anno dalla scomparsa del Papa argentino. Rimarrà aperta fino al 30 marzo ed è visitabile da lunedì a venerdì dalle 8 alle 19, il sabato dalle 8 alle 12.30.

Quali sono le periferie che ha fotografato con Francesco e che più l’hanno colpita?
«Certamente la lavanda dei piedi con i carcerati. Sono le periferie che fanno parte del pontificato di papa Francesco. Stava con gli ultimi, in carcere, con coloro che hanno sbagliato, ma che possono rialzarsi: è il senso del Vangelo».
Certamente l’immagine oggi è dominante, necessaria a più livelli, non solo per chi lavora nei media. Quale rapporto particolare aveva Francesco con la fotografia?
«Ci teneva alla fotografia. L’hanno scorso noi fotografi vaticanisti gli abbiamo regalato un libro composto da una foto realizzata da ognuno di noi, quindi era anche un bel regalo. In quell’occasione, ci ha raccontato che aveva lo scatto di una donna in pelliccia con atteggiamento molto distaccato mentre passava vicino ad una senza tetto. La teneva sul comodino per pregare e ricordarsi di quell’atteggiamento che non gli piaceva».
Qual è il valore del rità tratto fotografico in un mondo dove le foto si sono moltiplicate?
«Quando fotografo cerco l’essenza della realtà profonda della persona, soprattutto nello sguardo, e cerco di tradurre le emozioni che io provo».
Perché la scelta precisa del bianco e nero?
«Il bianco e nero concentra lo sguardo solo su due toni, distrae meno rispetto al colore e rende tutto più intimo e drammatico. Cercavo tagli di luce, sfondi neri o situazioni dove la veste bianca del Papa potesse spiccare».
Giovanni Paolo II era attore, aveva presenza scenica, le immagini sono studiate, mentre Francesco è icona della spontaneità. Condivide questa lettura?
«Papa Francesco era come lo si vedeva: ha fatto della spontaneità il suo tratto distintivo».
Lei ha fotografato anche papa Ratzinger. Quali differenze tra lui e Francesco come soggetti fotografici?
«Papa Benedetto era un teologo tedesco, abituato a studiare, mentre papa Francesco era un uomo di strada e sudamericano. Molto diversi tra loro e nello stesso tempo grandi entrambi: la rinuncia di uno, segno di umiltà, e l’umanità dell’altro hanno segnato indelebilmente il loro ministero».
Come ha iniziato a lavorare in Vaticano?
«L’agenzia Contrasto aveva bisogno di un fotografo vaticanista. La foto editor Giulia Tornari ha creduto in me ed è iniziato questo splendido viaggio».
Un desiderio di lavoro che non si è realizzato ancora?
«Un libro fotografico, anche con le immagini del Papa, per lasciare un segno tangibile del mio lavoro a mio figlio, così che lui possa vedere quello che io ho visto quando ancora lui non c’era».
La fotografia di Francesco che più le riempie il cuore, oltre alle copertine realizzate per il Time?
«Sono due. Quella di Francesco che parla con il bambino, grazie ad un altro flash, si sono formate delle goccioline creando un effetto potente e l’altra mentre, ad inizio pontificato, si è sistemato la papalina».
Naike Monique Borgo
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