La bellezza non è solo ciò che si vede. È qualcosa di molto più profondo, che spinge a cercare l’invisibile nel visibile; che trascende il mondo materiale per parlare all’anima, la sede che non ha confini, scale o preferenze sociali. E l’esperienza vissuta da una donna semplice, del popolo, ci racconta proprio questo.
Anno 1940. In una piccola frazione di Monticello Conte Otto, Vigardolo, sta per arrivare il Vescovo, monsignor Rodolfi, per inaugurare la facciata ricostruita della chiesa. L’autunno è alle porte e la natura si fa avara di fiori e di foglie; bisogna organizzare una buona accoglienza, ma non ci sono soldi per comperare qualcosa. Per di più la violenza della seconda guerra mondiale sta portando fame e miseria nelle case e nelle persone. La gente, che non è partita per la guerra, non ha soldi, ha poco cibo e indossa il vestito buono solo per andare a Messa. Come fare allora per accogliere dignitosamente il Vescovo? Noemi Oliviero, donna molto attiva nelle opere di chiesa, inforca la sua bicicletta nera, con i freni a bacchetta, e comincia a girare per le vie del paese alla ricerca di qualche idea. È una donna del popolo, Noemi, alta e magrissima. Buona e generosa. Indossa sempre una cuffia nera in testa, fatta ad uncinetto, ed è infaticabile nell’aiutare gli altri. Noemi quel pomeriggio torna presto a casa: apre la cassapanca, prende della carta e in silenzio comincia a ritagliare e a comporre fiori. Sono rose. Semplici, colorate. Una e poi ancora un’altra e un’altra ancora. Nel giro di qualche ora la tavola della cucina si riempie di decine di rose che Noemi poi attacca in paese sui rami dei salici. Il Vescovo, monsignor Rodolfi, quando giunge a Vigardolo non nasconde la propria sorpresa di fronte a questa singolare e festosa accoglienza. Conosce lo stato di povertà della gente e proprio per questo ringrazia commosso la comunità.
Passano gli anni, ma il ricordo dell’evento non si sbiadisce e la giornata delle Rose di Carta diventa festa di comunità. Con rinnovata pazienza, abilità ed estro creativo un gruppo di donne inizia così ad incontrarsi per ideare, ritagliare e comporre rose di carta; per mantenere viva una tradizione che dà identità e memoria storica al paese. E le piccole opere d’arte, di ogni foggia e dimensione, con la pioggia o con il sole, ogni anno vengono esposte il giorno della Festa delle Rose di Carta, che da poco ha ottenuto il prestigioso riconoscimento di “Evento di Qualità” dall’Unione Nazionale delle Pro Loco d’Italia.
Artefici di tutto ciò sono “le signore delle rose”, che da anni condividono intere serate non solo per realizzare i fiori, ma anche per tessere trame speciali di amicizia e di solidarietà. È questa la communitas nella sua accezione originaria, quella comunità cioè che condivide; quella comunità che recupera il suo passato e lo mantiene vivo. All’individualismo che accentra, loro rispondono con il fare insieme; alla cultura dell’io rispondono con il noi.
Il loro operato trova ora un riconoscimento ufficiale, durante la cerimonia di costituzione della Confraternita delle Rose di Carta, il giorno 11 aprile alle 16 nel parco di Villa Maria a Vigardolo. La rosa, che simboleggia la Confraternita, è accompagnata dal motto Sub rosa dicta velata est, “Ciò che viene detto sotto la rosa rimane riservato” . Sì, perché nell’antica Grecia e a Roma la rosa simboleggiava il silenzio, la riservatezza. Una riservatezza che appartiene alle “signore delle rose”, che da sempre operano in silenzio, lontane dal clamore di voci e luci. «Ciò che basta è a portata di mano» affermava Seneca e queste signore ce lo dimostrano ogni anno. In silenzio e con dignità.
Raffaella Calgaro
© RIPRODUZIONE RISERVATA



, dice il vivace articolo-racconto. Ma il latino corretto sarebbe: “Sub rosa dicta velata sunt”, da cui la traduzione corretta: “Le cose dette sotto la rosa rimangono velate”, dato che dicta è plurale (neutro). Credo che all’origine ci sia un detto latino più stringato : SUB ROSA DICTA VELATA.
Le fonti riportano il verbo est. Si tratta di una constructio ad sensum, in buona sostanza dicta non è percepito come plurale di dictum ma come sententia al singolare. Lo stesso Brocardi, e non solo, usa questa forma.
Molto interessante sarebbe bello fare una gita in questo paese
Bellissima iniziativa complimenti
MERAVIGLIOSO