Per la serva di Dio di S. Pietro Mussolino il riferimento dei genitori fu fondamentale nella sua formazione.
La Serva di Dio Bertilla Antoniazzi, nata a S. Pietro Mussolino il 10 novembre 1944, che è stata ricordata lo scorso 8 febbraio, settimo anniversario dell’apertura del processo diocesano per la beatificazione, ebbe modo di formare il carattere nell’ambiente di casa dove viveva, nello stile di quel tempo.
Per lei fu decisivo il riferimento alla famiglia che trova nella sua unità maggiore forza di condivisione e decisione, un insegnamento questo valido anche oggi soprattutto in questo tempo di pandemia. I genitori Antonio e Luigia erano dediti al lavoro duro della campagna, dove si erano abituati alla fatica e ai sacrifici, accettando con Fede le dure “prove” del quotidiano vivere.
Bertilla era l’ottava di nove figli, tra fratelli e sorelle, educati e cresciuti alla gentilezza al rispetto e all’attenzione verso gli altri. Papà Antonio trasmetteva un affetto amorevole ai propri figli, li intratteneva giocando e ascoltando i loro discorsi ammirandone la spontaneità. Mamma Luigia è una donna umile, sempre operosa, pronta a interrompere qualsiasi lavoro per interrogare i figli e assicurarsi che sapessero la lezione di catechismo.
All’età di otto anni, Bertilla si ammala di una grave forma di endocardite reumatica, costringendola a continue cure a casa e in ospedale. Fin da piccola sentendone parlare dalla mamma si ispira, alla zia materna, suor Terenziana Grandi delle suore T. Francescane Elisabettine di Padova, morta in concetto di santità della quale più volte aveva letto la biografia traendone un esempio per vivere al meglio la sua malattia. Come i fratelli e le sorelle, quando la salute glielo permetteva, Bertilla si rendeva utile per qualche piccola mansione.
In un diario, ricordava in particolare questo episodio; una sera la mamma le chiese di andare alla latteria a prendere il latte. All’andata la strada era ripida e al ritorno, percorrendola di corsa, cadde per terra versando il latte che scese a rigoli lungo la strada. Tornata a casa piangendo mortificata e preoccupata per quanto avvenuto, anziché rimproverarla, la mamma le chiese se si fosse fatta male e la rassicurò con serenità. Un piccolo esempio di quanto fosse importante educare trasmettendo ai figli la consapevolezza delle proprie azioni.
È una famiglia molto unita, sostenuta dalla fiducia dei genitori nella Provvidenza, nella preghiera e in particolare nella recita del S. Rosario, come era consuetudine dopo cena con il ritrovarsi spesso anche con vicini. Era nella condivisione la forza di questa gente semplice abituata a spartire con le famiglie del paese in difficoltà economiche i loro alimenti assieme a frutta e ortaggi della terra coltivata, in un tempo nel quale la solidarietà reciproca era molto sentita.
Bertilla, percepiva quanto grande fosse l’amore dei genitori, trasferiti con la famiglia, nella frazione di S. Agostino a Vicenza dal natio paese di S. Pietro Mussolino, per essere più vicino alla figlia, a causa dei suoi frequenti ricoveri in ospedale. La mamma la seguiva sempre, rimanendole vicino il più a lungo possibile.
Una suora che prestava servizio nel reparto in cui Bertilla veniva ricoverata, ricorda: “Non ho mai dimenticato il passo frettoloso della mamma, che ogni mattina, correva ad abbracciare Bertilla e siccome gli impegni famigliari non le concedevano altro tempo doveva, sollecita, raggiungere l’ospedale, passare sotto il chiostro di lato della chiesa, salire le scale per scambiarsi l’affetto dei loro cuori. L’improvvisa perdita del papà, venuto a mancare dopo un anno dal loro arrivo a S. Agostino, mette a dura prova la famiglia: mamma Luigia, malgrado il dolore per la prematura scomparsa del marito assieme alla crescita e all’educazione dei figli, dovette dedicarsi ancora di più al lavoro richiesto dalla fattoria per provvedere al loro sostentamento. Spesso Bertilla esprimeva nelle sue lettere la preoccupazione per la mamma, cercando, pur nella sua condizione, di aiutarla nelle piccole attività che la malattia le consente.
Pochi mesi prima di morire, dall’ospedale le scriveva: “Mamma mia carissima, nella ricorrenza del tuo onomastico, sebbene ammalata, voglio esprimerti il mio amore ed il mio affetto di figlia, dandoti questo piccolo ed umile dono; spero che ti sarà gradito lo stesso, perché te lo dono con tutto l’amore del mio cuore. Non avendo potuto ricevere Gesù nel mio povero cuore in questo lieto giorno di San Luigi, offro almeno le mie povere preghiere e sofferenze per te.”
Bertilla ci offre una coraggiosa testimonianza di Fede radicata in famiglia, questa “piccola chiesa domestica” dove attingiamo l’energia generativa di autentici valori, punto di forza per la crescita e formazione cristiana e umana.

