Il processo a Filippo Turetta in diretta Tv. Venerdì scorso, su reti Mediaset e innumerevoli emittenti locali, tra il Grande Fratello, MasterChef, la ginnastica per anziani e magari anche tra un Rosario e una Messa. Una spettacolarizzazione rivoltante, priva di qualunque utilità, motivata solo da ragioni di audience e di mercato, ripresa a posteriori anche dai programmi delle reti Rai, dai social (con commenti perlopiù irripetibili di un popolo rancoroso, forcaiolo e giustizialista) e da tutto un sistema mediatico che in alcuni momenti sembra non sapere più quando è il momento di fermarsi, di spegnere le telecamere, zittire i microfoni, smetterla di fare domande insulse a chi già vive una sofferenza indicibile.
L’omicidio di Giulia Cecchettin ci ha colpito, scosso, indignato. Ciò che Filippo Turetta ha compiuto è un crimine efferato, ancor più mostruoso per la lucida premeditazione, per il grado di violenza applicato (75 coltellate), per il movente che ne fa un caso eclatante di femminicidio, rivelativo di quella che da un anno a questa parte (era l’11 novembre 2023) abbiamo tutti imparato a riconoscere e a definire come “mentalità patriarcale”. Un crimine che merita una condanna esemplare e che nessuna pena e nessun risarcimento economico (i familiari hanno chiesto quasi due milioni di euro per il danno e le sofferenze subite) potranno mai adeguatamente compensare.
Del resto lo stesso Turetta, con i suoi legali e familiari, ha praticamente rinunciato ad ogni forma di difesa, assumendosi pienamente ogni responsabilità, mostrando consapevolezza dell’abominio compiuto e puntando ad un processo e ad una sentenza veloci che ne riconoscano la colpa e lo portino, per quanto possibile alla giustizia umana, ad espiarla in carcere, forse per tutto il resto della sua vita.
Il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Venezia, Bruno Cherchi, uomo di lunga esperienza, prossimo alla pensione, che ha definito il caso Cecchettin “il peggiore che ho dovuto affrontare nella mia vita”, nell’annunciare le varie fasi del processo un mese fa, aveva auspicato che si evitasse “ogni forma di spettacolarizzazione” dello stesso. Così purtroppo non è stato e lo show è andato in onda. E così tutti abbiamo potuto vedere il peggio della vita in diretta: un giovane sfigurato che non ha mai alzato gli occhi da terra; un piccolo uomo sopraffatto dal senso di colpa, inevitabilmente solo e annichilito davanti al suo crimine che ha distrutto non solo la vita della sua vittima, ma anche la sua esistenza e quella di due intere famiglie. Se si può provare orrore di sé stessi, se si può vedere l’abisso del male nel proprio cuore, è questa l’esperienza del giovane di Torreglia alla sbarra, incalzato dalla durezza del pubblico ministero, con un giudice che pareva voler mitigare, per quanto possibile, lo strazio di quell’interrogatorio, non solo per l’imputato reo confesso, ma anche per tutti i presenti, giuria popolare e guardie comprese.
Del processo potevamo venire a conoscenza a posteriori, mediante giornali e telegiornali, rispettando il principio deontologico, basilare in questi casi, dell’essenzialità dell’informazione e della dignità che una società evoluta riconosce perfino ad un omicida come Filippo Turetta, il cui crimine mostruoso non lo trasforma in un mostro da dare in pasto ad una barbara gogna mediatica, come purtroppo invece è avvenuto.
Negli anni Novanta il vescovo Nonis andò ripetutamente e visitare in carcere e intrattenne uno scambio epistolare con Pietro Maso che aveva ucciso entrambi i genitori. Anche oggi fede e umanità ci impongono non solo la vicinanza ai familiari di Giulia, ma anche di non abbandonare il suo assassino nell’abisso del male che ha compiuto.
Alessio Graziani, donalessio@lavocedeiberici.it
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