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Quando ti fai in quattro per i poveri i conti non tornano

A distanza di pochi giorni aggrediti due missionari vicentini: Nadia de Munari, laica in Perù (uccisa) e il neovescovo combinano Carlassare in Sud Sudan (non in pericolo di vita)
Nadia De Munari al lavoro in una delle scuole che gestiva
di Lauro Paoletto

La scorsa Domenica del Buon Pastore è stata segnata da due tragici episodi di violenza che hanno coinvolto due missionari vicentini. Sabato notte 24 aprile Nadia De Munari, missionaria laica dell’Operazione Mato Grosso, 50 anni, originaria di Giavenale di Schio è morta all’ospedale di Lima dopo l’aggressione subita la notte del martedì 20 aprile a Nuevo Chimbote in Perù nel centro “Casa Mamma Mia” dove viveva e dove era responsabile di sei scuole materne e una primaria. Sabato notte 24 aprile il comboniano mons. Christian Carlassare, 43 anni, di Piovene Rocchette, vescovo eletto di Rumbek (Sud Sudan) è stato aggredito a scopo intimidatorio (ampio servizio nel nostro sito internet) venendo picchiato e ferito con arma da fuoco alle gambe. Non è, fortunatamente, in pericolo di vita. 

Per capire i moventi sia dell’uccisione di Nadia De Munari che del ferimento del vescovo Carlassare bisognerà, ovviamente, attendere la conclusione delle indagini dell’autorità di polizia locale. Sui due tragici episodi si sono, peraltro, già mosse le rispettive ambasciate italiane e l’autorità giudiziaria del nostro Paese. Dai primi elementi raccolti, comunque, sia nel caso di Nadia che del vescovo Christian,  il movente non sembra essere quello della rapina. Man mano che passano i giorni, infatti, appare chiaro che i due missionari, nei rispettivi contesti, davano fastidio. 

Alla luce della liturgia domenicale appena trascorsa dedicata alla figura del Buon Pastore che, come recita il Vangelo di Giovanni al capitolo 10 “dà la vita per le proprie pecore”, la morte di Nadia De Munari e il ferimento di mons. Carlassare che sarà consacrato Vescovo il 23 maggio (data che è stata fino ad ora confermata), assumono un significato tutto particolare. «Quando ti fai in quattro per i poveri i conti non tornano, perché non è possibile lasciarsi consumare la vita se non c’è una speranza più profonda, un progetto più alto che non la semplice soluzione di un problema sociale» commenta Massimo Casa, dell’Operazione Mato Grosso in diocesi. 

Massimo con la moglie Rossella vive l’esperienza comunitaria legata al movimento Omg nella canonica a Monte di Malo. Conosceva molto bene Nadia, avendola vista crescere e accompagnata nella sua scelta di vita. «Ci resta l’esperienza di amicizia – racconta raggiunto al telefono – che abbiamo potuto sperimentare come famiglia, con una ragazza conosciuta da giovane e che ha fatto la sua strada. Nadia era una delle missionarie che quando tornava in Italia veniva con noi a condividere lo spirito di comunità. Ci aiutava anche ad avvicinarci alla reltà dei poveri anche da qui».

Massimo e la moglie Rossella l’avevano conosciuta da giovane adolescente quando si era avvicinata al gruppo dell’Operazione Mato Grosso di Giavenale. Con lei avevano condiviso il suo primo servizio in America Latina quando andò in Ecuador. «Fu un’occasione per conoscerci ancora di più» ricorda Massimo. Dopo l’Ecuador arrivò il Perù dove viveva dal 1995. «Per Nadia – racconta Casa – quel Paese rappresentava un cammino di ricerca personale e spirituale, una scelta di vita per i poveri. Attraverso i poveri Nadia sognava di incontrare la “Via stretta”, la Via che la potesse portare a un senso profondo della vita, fatta di dono, di generosità, di carità. Questo era il sogno di Nadia e penso che l’abbia realizzato fino in fondo». 

Tutte queste scelte erano parte di un profondo cammino di fede, dove era accompagnata, in particolare quando era nella parte alta delle Ande da p. Giorgio Nonni, un prete di Faenza morto qualche anno fa che ha sempre accompagnato la missionaria nella sua ricerca spirituale. Quando poi si è trasferita a Nuevo Chimbote si è avvicinata molto di più a p. Ugo De Censi (salesiano, fondatore dell’Omg ndr) che è diventato anche il suo padre spirituale. «Questo – ricorda Massimo – l’ha aiutata tantissimo a interpretare i segni e il suo donarsi. L’ha aiutata a superare anche i momenti dove ti sembra di non trovare il senso ad alcune cose  e che Dio non sia presente. In queste situazioni il senso lo trovi nel voler bene e, desiderando Dio, cammini». Qualcuno rispetto alla morte di Nadia ha parlato di martirio. Massimo Casa su questo quasi si schernisce e riporta la riflessione all’essenziale. «Come cristiani – dice – essere martiri non è una medaglia al valor civile, è una condizione di vita. Credo che Nadia, con i suoi bambini, le maestre d’asilo, le assistenti, con le persone del posto abbia vissuto una vita tutta regalata ed è stata strappata perché stava vivendo la carità e stava entrando nella vita dei poveri. Lei aveva deciso di servire i poveri. Quando sei lì, sai che può succedere anche questo, anche se fai di tutto perché non succeda. Come cristiano – aggiunge – sento che il sangue di Nadia ci deve far cambiare velocità della vita, dello sguardo e delle prospettive». 

L’uccisione di Nadia non è la prima tragedia che vivono i volontari dell’Operazione Mato Grosso. «Questa è una prova che scava dentro – continua Massimo – . Il movimento ha già vissuto nel ’92 la morte di Giulio Rocca che è stato ammazzato dai senderisti (guerriglieri di Sendero Luminoso, organizzazione d’ispirazione maoista ndr) e nel 1997 la morte di p. Daniele che era stato rapito per un riscatto. Con l’uccisione di Nadia, noi più vecchi, riviviamo momenti già sperimentati. È un passaggio questo che, purtroppo, abbiamo già conosciuto e che ci deve aiutare a far luce ancora di più sulla vita». Questi fatti confermano che quando ci si lascia coinvolgere dai poveri i conti umani non tornano. «Ci ha aiutato sempre p. Ugo – conclude Massimo -. Ci diceva “Se devi dare, dai gratis” e poi “Impara a perdere”. Nadia sicuramente aveva ben presente questi insegnamenti».