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Mons. Carlassare sta bene: «Perdono chi mi ha sparato»

Il neovescovo vicentino è stato nuovamente operato. Nella diocesi di Rumbek sono in corso nuovi arresti.
di Luca Bortoli

«Ieri (lunedì 26 maggio per chi legge ndr) non sono stato in grado di usare il telefono. Sono stato trasportato a Nairobi e in nottata sono stato operato nuovamente per estrarre alcune pallottole dalle gambe, pulire, disinfettare e ricucire. Ora sono tranquillo in una camera dell’ospedale seguendo le dovute cure. Sono confidente che recupererò presto. Perdono quanti hanno compiuto questo atto e prego per la gente di Rumbek perché superi ogni violenza e sappia percorrere un cammino di giustizia e pace».

Sono le 9.29 di martedì mattina quando il telefono si illumina. La notifica conferma, è padre Christian Carlassare. Sono passate poco più di trenta ore dall’attentato che alla mezzanotte tra domenica 25 e lunedì 26 aprile lo ha ferito a entrambe le gambe. Tutti i media parlano di lui, in Italia e non solo si fanno molte congetture sulle ragioni di quell’intrusione negli ambienti della Diocesi di Rumbeck, nel Sud Sudan e sui quattro colpi di fucile che hanno raggiunto il vescovo eletto alle gambe. Padre Christian tuttavia sente il bisogno di scrivere a quanti lo hanno raggiunto anche solo con una parola, vuole rassicurare, e soprattutto perdona gli autori del fatto e non distoglie l’attenzione dalla sua gente. Il fuoco è lì: missionario per sempre a servizio della Chiesa che gli è stata affidata. Il comboniano 43enne di Piovene Rocchette era arrivato nella Diocesi a cui papa Francesco lo ha destinato appena dieci giorni prima dell’attentato. Proprio domenica, per la prima volta, aveva celebrato la messa in dinka, la lingua dell’etnia maggioritaria: un passo importante per lui che nei quindici anni precedenti era stato tra i nuer, etnia in contrasto. Insomma, una giornata speciale, chiusa però tragicamente.

«Alle 7 di lunedì mattina ci ha chiamato direttamente lui – racconta Marcellina Leder, la mamma di padre Chrtistian –.Non voleva che lo sapessimo da altri, o che le notizie ci giungessero in modo confuso. Lo abbiamo sentito sereno, ha voluto immediatamente sdrammatizzare la situazione». «Non si sarebbe mai aspettato questo – continua Pierantonio, il papà –. È stato accolto come un figlio da quella gente e a loro si è dato anima e corpo. Dobbiamo solo ringraziare il Cielo che i proiettili non abbiano spezzato le ossa o reciso arterie importanti». Ma anche a casa Carlassare, lo sguardo non si blocca all’attentato: «In questo momento il pensiero fisso è per mio figlio, per le sue condizioni – riprende Marcellina –, ma la vera sofferenza è per quella gente che non trova pace da decenni, per la guerra che non si riesce a fermare. E ci chiediamo: da dove provengono tutte le armi che circolano nel Sud Sudan dal momento che lì non se ne producono? Tutti noi, anche piccoli risparmiatori, possiamo fare qualcosa scegliendo la banca giusta per i nostri soldi».

Domenica era stata una giornata speciale. La sera, prima di dormire, al telefono con la sorella Paola che fa parte dell’Operazione Mato Grosso, padre Christian aveva parlato con lei di Nadia De Munari, volontaria di Schio in Perù, morta il 24 aprile dopo un altro agguato. Poche ore dopo, sarebbe toccato a lui. Mentre andiamo in stampa (martedì 27), le notizie sui media italiani e africani si rincorrono. Aci Africa, l’associazione per l’informazione cattolica in Africa, pubblica un’agenzia in cui si parla dell’arresto di tre preti cattolici tra i ventiquattro arrestati dopo la sparatoria contro il vescovo eletto. 

L’unità pastorale di Piovene, Rocchette e Grumello ha scelto subito di rispondere alla violenza con la preghiera e ha organizzato una veglia nelle tre chiese ricordando anche Nadia De Munari, che ha parenti proprio a Grumello. Chi non nasconde l’amarezza è padre Gaetano Montresor, superiore della comunità comboniana di Padova. «Assistiamo a un’evoluzione turbinosa dei fatti – racconta –. L’accoglienza di padre Christian a Rumbeck era stata bellissima. E poi, altrettanto velocemente questo attentato. Proprio nell’ultimo “Lunedì della missione” in cui abbiamo dialogato, abbiamo ricordato uno dei principi di Comboni: “Le opere di Dio nascono e crescono ai piedi della croce”. Ecco questa è la dimostrazione». «Sapevamo che la nomina di padre Chrtistian avrebbe destabilizzato gli equilibri locali, ma non avremmo mai immaginato un’intimidazione di questa portata». A parlare è don Dante Carraro, direttore di Medici con l’Africa Cuamm, in Sud Sudan dal 2006, con un ospedale anche a Rumbeck. «Dopo la morte del vescovo Cesare Mazzolari, dieci anni di vuoto hanno permesso alla gente di abituarsi a vivere senza Vescovo. L’arrivo di un giovane, straniero, per quanto molto conosciuto in Sud Sudan, muta il panorama. Pensavamo di assistere a ostacoli e resistenze, non all’uso delle armi».