Territorio

Il “bosniaco” Sante Bressan, l’angelo dei bimbi di Sarajevo

A 25 anni dalla nascita dell'associazione "Insieme per Sarajevo" il suo presidente si racconta e annuncia di essere pronto a concludere il suo incarico.
14 settembre 1996. Sante Bressan e la moglie Lina accolgono Adera e Haris giunti da Sarajevo
di Marta Randon

Sante Bressan, 81 anni, si sente bosniaco. «Per la bellezza della terra – racconta -, ma soprattutto perché in quei luoghi ho dato moltissimo di me: tempo, impegno, passione, quel po’ di intelligenza che ho. Ho fatto progetti, ho raccolti fondi, ho accolto e conosciuto bambini, famiglie, sono diventato amico di tantissime persone». L’associazione “Insieme per Sarajevo” di Vicenza compie 25 anni. Bressan, padovano ma da più di 50 anni a Vicenza, ha contribuito a farla nascere e la presiede da sempre (esclusi gli anni in cui è stato assessore al sociale in Regione). Il 5 maggio 1996 avveniva l’accordo di gemellaggio tra Vicenza e la capitale bosniaca, pochissimi mesi dopo la fine della guerra sancita dai trattati di Dayton. Le attività dell’associazione – nata grazie al Cda dell’Ipab Vicenza, presieduto da Bressan – in realtà sono cominciate prima, nel 1994 durante l’assedio di Sarajevo, mentre è il 1997 che vede la firma dal notaio: «Abbiamo fatto una media e festeggiamo quest’anno con un libro commovente: “Sarajevo insieme” scritto da Franco Pepe (articolo in basso)». I 25 anni sono anche l’occasione per fare un annuncio: «Questo è l’ultimo anno da presidente – confida Bressan -. È giusto passare il testimone, si tratta di continuare cose già avviate. Ho individuato almeno un paio di persone che possono sostituirmi».

Presidente, con che stato d’animo festeggia 25 anni di aiuti concreti alla Bosnia e alla sua popolazione?

«Gioia, ma anche nostalgia e malinconia. È da un anno e mezzo che non metto piede in Bosnia. L’ultima volta è stato a novembre 2019, poi dovevo tornarci a marzo 2020, ma per ovvie ragioni non è stato possibile. Dovevamo poi andare il 20 luglio con il vescovo Pizziol come rappresentante della Cei per l’inaugurazione di uno dei nostri ultimi progetti con Azione Cattolica, finanziato proprio dalla Conferenza Episcopale Italiana. Due giorni prima hanno chiuso le frontiere. Sono sempre in collegamento con gli amici bosniaci, certo, ma non è la stessa cosa. Mi manca vedere la gente impegnata sul posto per far crescere le nostre attività. Ho nostalgia di Rudo (comune di quasi 9mila abitanti a sud est ndr) dove ci sono i “miei” ragazzi con disabilità nella nuova struttura che è diventata il fulcro del paese. Mi manca andare a Istočni Stari Grad (poco più di mille anime ndr) nella repubblica Serba di Bosnia a trovare le 30 famiglie che stiamo aiutando nell’economia agricola. Sento la mancanza di Kakanj dove abbiamo trasformato il centro parrocchiale in un centro di aggregazione e di servizio aperto a tutta la comunità. I progetti avviati sono tantissimi».

Tutto comincia con la pubblicazione da parte dell’Ipab di un libro fotografico che racconta Sarajevo sotto le bombe.

«Eugenio Rossetto, allora sindaco di Schio, mi telefonò e mi propose la pubblicazione del libro. Tutto il Cda dell’Ipab in 5 minuti decise all’unanimità: dovevamo fare qualcosa di concreto per Sarajevo, mettendoci in gioco personalmente. Dalla vendita del libro abbiamo ricavato i primi 325 milioni di lire. Li ho portati io fisicamente a Sarajevo». 

Su che tavolo sono finiti?

«Sul tavolo del sindaco, il quale mi consigliò di rivolgermi alla fondazione Ikre, costituita dal cantone (la provincia ndr) di Sarajevo per la ricostruzione e i sostegni del dopoguerra, soprattutto nei confronti dei bambini orfani.Nel maggio del 1996 c’è stato l’accordo ufficiale di gemellaggio con una cerimonia con il vescovo Pietro Nonis. Il mese dopo replicammo a Sarajevo in un vecchio teatro distrutto. Venne con noi il sindaco Quaresimin. C’era il coprifuoco alle 19. Se non lo rispettavi ti sparavano. Dal 1994 al 1996 abbiamo gettato le basi per tutto quello che c’è stato dopo».

A guerra finita cominciarono ad arrivare i primi bambini da ospitare.

«Nel 1996 arrivarono i primi 20 ragazzi a fare alcuni stage in collaborazione con la Caritas diocesana e quella di Sarajevo: per tre anni abbiamo sostenuto una mensa per gli abitanti del centro della capitale. I primi bimbi arrivarono aVicenza nel settembre del 1997 accolti dalle famiglie dei componenti del Consiglio di Amministrazione dell’Ipab e  dai suoi dipendenti. Proseguimmo con due accoglienze annuali fino al 2004 coinvolgendo famiglie dei comuni vicentini e non solo. In totale, tramite l’associazione,  arrivarono nel nostro territorio 500 bambini con il coinvolgimento di 250 famiglie distrutte dalla guerra. I rapporti continuano ancora oggi».

Lei e sua moglie avete ospitato Adera e Haris, di 5 e 4 anni.

«Erano fratelli, non volevamo separarli. La prima volta rimasero a casa nostra un mese. Oltre alle canoniche due volte l’anno – gennaio e luglio – li abbiamo ospitati in altre occasioni. Li portavamo in montagna: Adera era asmatica e aveva bisogno di aria buona. Entrambi di cibi sani. Erano orfani di padre (oggi i due ragazzi abitano in provincia di Vicenza ndr)».

Che cosa le hanno insegnato?

«In cinque anni di guerra non erano mai usciti di casa, quando c’erano i bombardamenti si rifugiavano sotto il tavolo, la mamma li stringeva e raccontava loro delle storielle per distrarli. A casa, piano piano, bruciarono tutto per scaldarsi e mangiare. Una vita molto difficile. Li ho visti crescere. Ho imparato a vedere e a conoscere Sarajevo attraverso i loro occhi».

Perché ha deciso di impegnarsi così tanto proprio per Sarajevo?

«Mi arrivò la telefonata di Rossetto. Fu un caso, ma un caso meditato. Sarajevo era una città che aveva sempre favorito l’incontro tra civiltà e religioni. Era l’unica guerra alle porte di casa, un massacro vicino a noi, al quale nessuno pensava. Il mondo se n’è accorto tardi». 

In 25 anni quante volte è stato in Bosnia?

«Una media di tre volte l’anno.  Quando passo in certi quartieri di Sarajevo, oppure nei paesini che abbiamo aiutato, mi conoscono meglio che a Vicenza. L’esperienza di Rudo mi è rimasta nel cuore. Il progetto per aiutare i disabili di cui ho accennato è nato da un’intuizione di don Giovanni Sandonà, allora direttore della Caritas di Vicenza. I militari italiani ci parlarono di un posto “fuori dal mondo”, sulle montagne ai confini con la Serbia, con tanti bambini orfani disabili. Ci dissero che era sorta un’associazione di familiari che voleva fare qualcosa, ma non aveva fondi. Andai personalmente a vedere con don Giovanni. “Dobbiamo tirarli fuori dalle case e creare un centro diurno” disse il sacerdote. Trovammo i fondi e formammo cinque ragazzi per un mese e mezzo per diventare operatori, comprammo il pulmino, le attrezzature. Dopo 10 anni gli spazi a disposizione non bastavano più.  Il sindaco di Rudo ci offrì così una scuola andata a fuoco. Servivano 100 mila euro per sistemarla. Anche lì la Provvidenza ci ha aiutato. Con l’associazione “Love” di Riva del Garda presentammo il progetto in Regione che finanziò parte dell’opera. Con la fisioterapia e l’assistenza giusta ho  visto famiglie trasformate. Alcuni bambini che frequentano la struttura quando sentono la nostra voce scoppiano dalla gioia. Sosteniamo il centro ancora oggi».

Che difficoltà avete incontrato?

«Tutti i progetti presupponevano un finanziamento. Oggi mi guardo indietro e mi chiedo “Come abbiamo fatto?”. In un modo o nell’altro abbiamo trovato le risorse. Ho sempre creduto nella Provvidenza. E poi ho una grande faccia tosta, io chiedo. Ci sono state difficoltà logistiche. Vado in Bosnia sempre in auto ed è lunga: 10 a 12 ore se tutto va bene. Poi le difficoltà nel creare relazioni, in alcuni paesi abbiamo trovato diffidenza. Ricordo che il sindaco di Kladanj, all’inaugurazione del Caseificio Vicenza, disse: “Quando è venuto qui Sante pensavo che fosse uno dei tanti, poi ho capito che era una persona seria, ma solo oggi dico ok, abbiamo realizzato qualcosa insieme”. Questi 25 anni sono frutto di relazioni con Caritas, con il nostro ambasciatore a Sarajevo e con il nunzio apostolico mons. Pezzuto. Ricevetti uno dei più grandi stimoli dal vescovo di Sarajevo Pero Sudar  che disse. “Molti hanno portato soldi, materiale, ma voi avete fatto di più, inondandoci di speranza e amicizia”».

Da dove nasce la sua dedizione agli altri, la vocazione al sociale? 

«Vengo da una famiglia molto povera, dignitosa ma con pochissimi mezzi. Eravamo in 7 fratelli, mia mamma – morta a 52 anni – pur avendo un gran da fare trovava sempre il tempo per aiutare gli altri. Quando sapeva che qualcuno stava male lei correva. Si portava a casa i panni sporchi di famiglie in difficoltà. Credo che la mia predisposizione al sociale arrivi da lì. È qualcosa di innato.  Pur facendo l’amministratore per tanti anni ho sempre trovato il tempo di fare il volontario. È la mia gratificazione di vita. Mia moglie e mio figlio sono come me».

A distanza di 25 anni i  bambini che avete aiutato hanno superato quattro anni di massacri indicibili e violenze etniche?

«Li abbiamo aiutati con psicologi anche qui in Italia. Apparentemente sembra di sì. Se lei andasse a Sarajevo la sera – modernissima e stracolma di giovani – sembrano tutti spensierati. Non so se realmente sia così perché, riferendosi ai serbi e croati, dicono “noi” e “loro”». 

Sarajevo è chiamata la “Gerusalemme dei balcani”, un crocivia di religioni e culture.

«Abbiamo accolto bambini di tutte le etnie, abbiamo finanziato progetti nei paesi musulmani, ortodossi  e cattolici. Quando morirò – spero il più tardi possibile (sorride) – vorrei che al mio funerale partecipassero un prete cattolico, un pope ortodosso e un imam musulmano. Mi sono trovato bene con tutti, al di là della fede. È la forza del dialogo interreligioso».