Antonella ha vent’anni, è nata ad Arzignano e parla con un marcato accento vicentino. Ma l’ultima volta che è andata a votare, al seggio si è sentita dire “ora anche i negri votano”. «Ci sono luoghi dove basta uno sguardo per non farti sentire benvenuta – racconta una dei giovani immigrati intervistati da La Voce -. Ma a scuola è stato diverso: i compagni e gli insegnanti non mi hanno mai discriminata».
Razzismo, discriminazioni per il colore della pelle o per le proprie origini. Stando ai dati diffusi da “Voci di Confine” (progetto nato nel 2017 per raccontare il fenomeno migratorio, ndr) in Italia si stimano in media cinque casi al giorno di discriminazione per motivi razziali. Episodi che riguardano, sia dalla parte di chi subisce che da quella di chi infierisce, tutta le età e tutte le estrazioni sociali. E che toccano anche il Vicentino.
«Ci sono certi luoghi, come qualche bar, in cui so che è meglio non andare perché la mia presenza o quella di altre persone di origine straniera non è gradita – racconta Antonella, che al momento lavora come cameriera -. La gente non dice niente, ma spesso è sufficiente qualche occhiata per farti capire che non sei il benvenuto».
A scuola, invece, Antonella non si è mai sentita discriminata e ricorda con piacere il periodo da poco concluso siall’Istituto “Da Vinci” di Arzignano. «Insegnanti e compagni mi hanno fatto sempre sentire a mio agio e in più occasioni si sono dimostrati interessati a conoscere meglio le mie origini senza pregiudizi – prosegue la ragazza, alla quale i genitori hanno deciso di dare un nome italiano per rendere omaggio a un amico di famiglia che li ha aiutati quando sono arrivati in Italia dal Ghana -. Sono nata e cresciuta ad Arzignano e lì mi conoscono tutti da sempre, forse è proprio questo ad aver favorito i rapporti con la comunità. Molto spesso le persone hanno solo paura di ciò che non conoscono».
Dello stesso parere sono anche Stefania e Sara, sorelle di 21 e 16 anni, di Vicenza e originarie dello Sri Lanka. «Abbiamo entrambe subito qualche episodio di razzismo alle elementari – dicono le due giovani, tutte e due studentesse -. Venivamo prese in giro solo per qualche cellula di melanina in più. Abbiamo anche dovuto “proteggere” alcune nostre cugine più piccole che frequentavano la nostra stessa scuola perché venivano chiamate “feci” da altri compagni. In realtà, si sa che i bambini tendono a ripetere le parole dei grandi, ma ciò non toglie che ci si senta feriti lo stesso». Crescendo le cose per Stefania e Sara sono migliorate e gli episodi in cui si sono sentite discriminate si sono ridotti. «Ogni tanto, però, succede ancora che alcuni amici facciano dei commenti negativi sul colore della pelle di altre persone, precisando che non sono rivolti a noi– raccontano le due sorelle -, ma alla fine anche noi ci sentiamo chiamate in causa ».
Evariste, 25 anni, di Castelgomberto e originario del Burkina Faso, invece, non si è mai sentito una vittima di razzismo. «A scuola mi hanno sempre trattato bene e lo stesso nell’ambiente di lavoro – dice il giovane metalmeccanico -. L’unico fatto che mi infastidisce è la diffidenza che molti italiani hanno nei confronti dello straniero. È come se ci fosse una sorta di marchio sulle persone di colore, amplificato da certi atteggiamenti politici e da come oggi viene percepito il fenomeno migratorio in Italia».

