Era il 4 novembre 1966 quando una delle più disastrose alluvioni del Novecento colpì il Nordest e la Toscana. Nel Vicentino tracimarono o ruppero gli argini il Bacchiglione, il Brenta, il Leogra, il Tesina e il Posina. L’acqua e il fango invasero paesi e campagne, distruggendo abitazioni, fabbriche, strade, ponti e ferrovie. A cinquant’anni di distanza, il ricordo di quelle giornate resta legato anche alle testimonianze di chi si trovò a vivere l’emergenza in prima persona.
Un disastro che colpì il Triveneto e la Toscana
Alla fine si contarono 130 morti e 400 feriti, mentre furono 78 mila gli sfollati e i senzatetto. I danni ammontarono a circa 1000 miliardi di lire. Nel Nordest le province più colpite furono Trento e Belluno, con 26 morti ciascuna, e Udine, con 14. Nel Vicentino le vittime furono cinque.
A Venezia lo scirocco portò l’acqua a un livello eccezionale: 160 centimetri sopra il livello medio di marea, con l’allagamento di pressoché tutta la città.
Nel Vicentino la situazione fu particolarmente grave. Il Bacchiglione tracimò a Vicenza, Caldogno e Cresole. Il Brenta devastò Valstagna, Solagna e buona parte della Valsugana, mentre il Leogra colpì Torrebelvicino e Valli del Pasubio.
L’Astico, ingrossato a dismisura, trascinò con sé quasi tutti i ponti lungo il suo percorso. Il Tesina, gonfiato dall’Astico, ruppe gli argini a Bolzano Vicentino e Marola, allagando prima Quinto, Grumolo e Torri di Quartesolo e poi Camisano e Grisignano. Ad Arsiero, invece, una frana deviò il corso del Posina, provocando l’allagamento della cartiera Rossi e di parte del paese.
A Quinto l’acqua arrivò fino a due metri
A Quinto Vicentino, quel 4 novembre, Cirillo Lunardi aveva 17 anni. Si trovava davanti al monumento ai caduti, insieme ai bambini delle scuole e a numerosi combattenti e reduci, mentre veniva commemorata la ricorrenza.
«Erano le 11 di mattina, stavamo commemorando i caduti quando arrivarono due camion dell’esercito», racconta Lunardi. I giovani soldati di leva furono dislocati sull’argine sinistro del Tesina per monitorare la situazione, mentre i vigili del fuoco transennavano gli accessi al ponte.
Le ore passarono in una tensione crescente. A Quinto quel giorno avrebbe dovuto esserci la sagra e in piazza erano state allestite le giostre. Poi, alle 20, dal campanile arrivarono i rintocchi della campana a martello, «segnale di massimo pericolo», ricorda Lunardi.
Nel frattempo l’argine sinistro del Tesina, un chilometro a nord di Bolzano Vicentino, aveva ceduto. L’acqua proveniente da Bolzano incontrò la massicciata della linea ferroviaria e spinse contro l’argine della ferrovia fino a farlo cedere. Proprio in quel momento stava passando un treno, che riuscì «miracolosamente» a superare il tratto di binario rimasto sospeso nel vuoto.
Il centro abitato di Quinto venne progressivamente sommerso. L’acqua penetrò nelle case, raggiungendo in alcune abitazioni i due metri di altezza. «Molti animali da cortile si sono salvati sugli alberi», racconta ancora Lunardi.
Il giorno successivo, insieme alla famiglia, Lunardi riuscì a mettere in salvo anche un grosso maiale. Spinto dalla corrente, l’animale si era aggrappato a un tronco, che poi si era arenato. «Di temperamento docile, ci ha seguiti fino a casa». I carabinieri riuscirono a rintracciare il proprietario e il maiale tornò nella sua stalla a Lisiera.
Il fango e la corsa per salvare il patrimonio
L’acqua melmosa, in alcuni punti alta anche due metri e intrisa di nafta, provocò danni ingenti. Abitazioni e macchinari furono distrutti, mentre le campagne subirono danni per centinaia di chilometri quadrati e gran parte degli animali morì.
Alla devastazione materiale si aggiunse quella al patrimonio artistico e culturale. Il caso più noto fu Firenze, colpita dalla rotta dell’Arno: ai danni materiali e alle 34 vittime si sommò il rischio di perdere per sempre opere di interesse universale.
L’emergenza mobilitò migliaia di giovani, arrivati da diverse parti d’Italia e del mondo per liberare dal fango opere d’arte e libri. Solo la Biblioteca nazionale di Firenze contò 1.300.000 libri coinvolti. Quei giovani, molti dei quali erano beats provenienti da ogni parte del mondo, ma anche ragazzi con l’eskimo e il libretto rosso di Mao in tasca, sarebbero stati ricordati come gli «angeli del fango».
Cinquant’anni dopo, il ricordo dell’alluvione del 1966 passa così dai numeri della tragedia alle immagini dei paesi sommersi e alle storie di chi, come Cirillo Lunardi, vide l’acqua avanzare, i fiumi rompere gli argini e intere comunità impegnarsi per mettere in salvo persone, animali e ciò che poteva ancora essere salvato.
(archivio)
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