È mezzogiorno del 7 marzo del 1426 quando Vincenza Pasini, contadina settantenne originaria di Sovizzo ma residente nella parrocchia di Santa Caterina a Vicenza, sale il monte per portare il pranzo al marito Francesco, al lavoro in un podere sulle ultime propaggini dei Colli Berici che lambiscono la città.
Sono tempi desolati, segnati dalla peste che porta con sé carestia, paura, disordini sociali e un generale decadimento morale. Francesco e Vincenza appartengono alla schiera di quei piccoli che cercano di resistere, facendo fronte ai problemi del loro tempo con fede e con amore, prendendosi cura l’uno dell’altra e coltivando la fiducia in Dio attraverso la fedeltà alla pratica religiosa e alla preghiera.
Giunta sul monte, la donna cade a terra come tramortita. Viene aiutata a rialzarsi da una donna che più tardi altre veggenti, in circostanze simili, definiranno bellissima e vestita di sole e che si presenta a lei come «la Madre del Signor nostro Gesù Cristo». Con una croce di legno la Vergine traccia sul terreno il perimetro di una chiesa che chiede venga edificata in quel luogo: solo così, dice, Vicenza sarà liberata dalla peste e ritroverà prosperità e serenità.
Vincenza, ripresasi dallo stupore, prova una grande gioia, ma subito, con il realismo che le è proprio, muove anche alcune obiezioni: «Non mi crederanno! E se anche mi credessero, dove si troveranno i denari per una simile opera?». Una reazione che non stupisce chiunque abbia familiarità con le Scritture. La stessa Vergine Maria, nell’Annunciazione, aveva obiettato all’angelo Gabriele di non conoscere uomo; molti profeti dell’antica alleanza avevano provato a opporre resistenza alla vocazione di Dio facendo leva sui propri limiti fisici o morali; perfino i discepoli avevano tentato di opporsi al comando del Signore di sfamare le folle avventurandosi in calcoli ragionieristici.
La Vergine, che a Monte Berico prenderà il nome di Madre di Misericordia, non si scoraggia, insiste e rassicura Vincenza che ogni ostacolo umano al suo desiderio sarà superato. Poi scompare. Vincenza resta sola, sconvolta da quanto accaduto. Si mette a pregare nel luogo indicato dalla Vergine Maria e vi torna ogni giorno. Ma ci vorranno effettivamente oltre due anni e una seconda apparizione (il 1° agosto del 1428) perché le autorità religiose e civili della città le diano credito e si inizi finalmente la costruzione dell’edificio sacro, completato il quale la peste cesserà, come era stato assicurato nella prima visione.
I dettagli dell’evento che seicento anni or sono hanno dato origine al Santuario di Monte Berico si ritrovano negli atti del Processo delle apparizioni istruito dal giureconsulto vicentino Giovanni da Porto, che ascoltò nel 1430 donna Vincenza (morirà l’anno successivo) e altri testimoni. Nel manoscritto, conservato nella Biblioteca Civica Bertoliana, ritroviamo, tra le altre cose, un particolare che ci stupisce e in cui si può rintracciare forse la spiritualità più autentica del Santuario di Monte Berico.
Nel momento dell’apparizione, Vincenza lascia cadere il fagotto contenente il recipiente di terracotta con cui stava portando il pranzo al marito. Ripresasi dallo shock e dopo aver pregato, la donna ritrova il contenitore a terra, non solo intatto, ma anche – dice – «caldo, come se fosse appena stato tolto dal fuoco», e lo porta al marito. Se la donna samaritana dei Vangeli, dopo aver incontrato Gesù, dimentica la brocca al pozzo di Sichem, non così la nostra veggente vicentina che riprende invece il cammino per portare il cibo al marito Francesco, anch’egli piuttosto anziano e certo affaticato dal lavoro mattutino.
Alla Madonna di Monte Berico si sale a volte per chiedere qualche grazia straordinaria, certo, ma soprattutto noi vicentini ci andiamo, più che “in pellegrinaggio”, “in passeggiata”, come si va a trovare una persona amica, di famiglia, per fare due chiacchiere con Lei e ritrovare un po’ di conforto, di speranza e di calore. Quello che basta per riprendere il cammino e il lavoro quotidiano con fede e con amore, sapendo che sotto il manto della nostra Madre di Misericordia c’è sempre un posticino per tutti.
Alessio Graziani, donalessio@lavocedeiberici.it
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