«Se giocavo anch’io a calcio nel Concordia? Nooo – sorride don Giovanni – però andavo a fare un po’ di allenamenti. Così, quando sono tornato, sono andato a salutarli».
Racconta così il suo arrivo a Schio, domenica 22 agosto, il salesiano don Giovanni Marchetti. È stato subito travolto dall’affetto: quello della squadra di calcio, che ha immortalato il momento con uno scatto insieme, tanto di sciarpa, e quello di tutta la comunità, giovani e diversamente giovani. E del resto, per il sacerdote – 33 anni, originario di Rossano Veneto – è un ritorno: don Giovanni è stato qui dal 2014 al 2017.
«Quattro estati, tre anni e tre mesi. Ero salesiano tirocinante, con i voti temporanei, e dovevo ancora iniziare a studiare teologia. Anni bellissimi e intensi».
Il suo arrivo era previsto: doveva sostituire don Francesco Andreoli, che sarebbe andato al suo posto a Santa Maria La Longa, in Friuli, prima del tragico incidente stradale in cui, lo scorso 25 giugno, Andreoli ha perso la vita assieme all’animatore sedicenne Alberto Fioretto.
Don Giovanni, come sta reagendo la comunità di Schio?
«Il dolore è enorme. È stato un terremoto. Mi ha colpito molto che fra i primi a volermi incontrare e anche a introdurmi ci siano stati gli animatori: un’accoglienza forte, un incoraggiamento intenso, un’attesa bella e positiva. I ragazzi aspettano che ci sia qualcuno. Che quel qualcuno sia qui, presente con loro e per loro».
Quali passi pensa sia importante fare?
«L’ascolto e lo sguardo attenti. Le orecchie in ascolto. Non ci sono altre azioni da fare, oltre a dare continuità a tutti i progetti dell’Oratorio che anche con don Francesco sono stati costruiti. Questo, sapendo che io non posso sostituire Francesco come persona. Posso prendere il suo ruolo, e basta».
Quali progettualità ha trovato, già presenti quando era qui dopo il 2014?
«Quelli sono stati anni difficili e bellissimi. L’Oratorio era in fase di crescita e rinnovamento. Fra le progettualità che ho ritrovato ci sono il doposcuola, il cortile di base, i gruppi formativi Amici Domenico Savio (Ava), le società sportive di volley, basket e calcio. Ancora: l’italiano per stranieri, il gruppo Mani di fata, che lavora per raccogliere fondi, il gruppo missionario. E il gruppo teatro, che non c’era e ho trovato ben strutturato».
Come è composta la “squadra” dei Salesiani di Schio?
«Otto salesiani, di cui cinque sacerdoti. Don Guido, don Ivan, don Antonio, don Davide e io, e poi i Salesiani coadiutori: Remigio, Gianni e Alessandro».
Quando era qui dieci anni fa non si era ancora verificata la pandemia del Covid. Come sono cambiati i ragazzi e le ragazze che frequentano i Salesiani, da allora?
«Questi ragazzi, rispetto a qualche decennio fa, hanno molti meno pregiudizi. Sono sicuramente più aperti e aperte alle novità, hanno “sete” di famiglia e comunione. Allo stesso tempo sono spesso privi di riferimenti e valori che la generazione precedente considerava oggettivi e condivisi. Respirano un maggiore contesto di competizione e violenza sociale: nei social, nei Tg, nel linguaggio. Vi sono immersi. E c’è una competizione enorme data dalla nostra società e cultura, che tende a scartare le persone e portarle a vivere nell’insicurezza. Purtroppo, spesso non riescono a vedere il positivo del mondo che hanno intorno».
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