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Porta Santa del Giubileo. Aperta da Francesco, verrà chiusa da Leone XIV

Il passaggio di testimone tra i due Papi venuti dalle Americhe

5 Gennaio 2026
in Chiesa, In primo piano
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Porta Santa del Giubileo. Aperta da Francesco, verrà chiusa da Leone XIV

Prima del 2025 una sede vacante durante un Giubileo ci fu solo una volta nella storia della Chiesa. Nel 1700 papa Innocenzo XII inaugurò l’Anno Santo, ma morì il 27 settembre; dopo due mesi venne eletto Clemente XI. Il passaggio «Da Francesco a Leone» – come titola un libro pubblicato a luglio del gesuita Antonio Spadaro, vicino a Bergoglio – è storico (anche) per questo motivo. Francesco, 88enne, un anno fa, attraversava la soglia della Porta Santa di San Pietro a fatica. Il 24 dicembre 2024 bussò da primo pellegrino, dando inizio ufficialmente al “tempo della speranza”. La mobilità ridotta da tempo e il respiro corto culminarono nel lungo ricovero al Gemelli, fino alla morte, il 21 aprile.

Il 6 gennaio 2026, giorno dell’Epifania, sarà papa Leone XIV – suo successore e 267esimo pontefice – a chiudere la Porta. Il prossimo Giubileo sarà nel 2033 e sarà dedicato alla Redenzione. Il «passaggio» tra i due papi entrambi originari dal continente americano si compie anche su quella soglia. A indicare uno spazio di mezzo dove ciò che si lascia – un pontificato di 12 anni segnato da nuovi «processi» e dall’impegno per una «Chiesa povera per i poveri» – non è definito come ciò che si accoglie – l’elezione del card. Prevost, agostiniano, che scelse il nome papale ispirato da Leone XIII, autore dell’enciclica sociale «Rerum Novarum».

Sin dall’apparizione sulla Loggia delle Benedizioni sono subito saltate all’occhio alcune differenze. Anzitutto il nome: di un’ampollosità d’altri tempi l’ultimo, di una disarmante novità e semplicità il precedente. E poi, la scelta di Leone XIV di indossare il rosso solenne e la lettura di un discorso scritto, contro la veste bianca e la familiarità del «Fratelli e sorelle, buonasera» di Francesco. Una diversità che si è andata via via affermando con la cautela che ha contraddistinto i primi passi del nuovo pontefice.

Nell’omelia della messa «pro Ecclesia» celebrata con i cardinali nella cappella Sistina il 9 maggio, egli sottolineava un «impegno irrinunciabile» di chi esercita autorità nella Chiesa: «Sparire perché rimanga Cristo, farsi piccolo perché Lui sia conosciuto». Un impegno che riecheggia nel dialogo con i giornalisti sul volo di ritorno dal Libano, il 2 dicembre, al termine del primo viaggio apostolico. Sull’incontro «meraviglioso» con i giovani, diceva: «Penso tra me “queste persone sono qui perché vogliono vedere il Papa”, ma poi mi dico: “Sono qui perché vogliono vedere Gesù Cristo”».

Chi scrive era tra i fedeli accorsi in piazza San Pietro dopo la fumata bianca, nel tardo pomeriggio di giovedì 8 maggio 2025. All’annuncio del cardinale statunitense eletto al soglio pontificio vi furono pochi istanti di incredulità e disorientamento. Robert Francis Prevost era tra i papabili, ma non tra quelli di punta. E il nome inaspettato seminava disappunto tra chi sperava in un Francesco II. Qualcuno, nei pressi dell’Obelisco Vaticano, ad alta voce espresse timori che potesse essere vicino a Trump, a causa delle sue origini. Ma furono solo pochi istanti. Una gioia incontenibile attraversò la piazza al grido di «Viva il papa!». E Leone XIV si presentò con questo saluto: «La pace sia con tutti voi!». Il secondo pontificato iniziato in un Giubileo è partito nel segno della pace. Mentre nelle orecchie dei fedeli circolava ancora l’eco degli ultimi flebili appelli di Bergoglio, la voce spezzata dal respiro affannoso. «La guerra è una sconfitta» non si stancava di ripetere. Sul tema della pace s’intravvede continuità coi predecessori. Così come nella «Chiesa missionaria» che «costruisce i ponti, il dialogo, sempre aperta ad accogliere», evocata da Leone XIV dalla Loggia dopo l’elezione, accompagnato dai porporati. Vi risuona la «Chiesa in uscita» del papa argentino con origini italiane, così come l’impegno verso le persone migranti – per lui una questione anche personale – declinato nei quattro verbi «accogliere, proteggere, promuovere e integrare».

Simbolo del passaggio di quella soglia è anche l’esortazione apostolica «Dilexi te», pubblicata il 9 ottobre 2025. Un lavoro iniziato da Francesco e concluso da Leone XIV. «Sono felice di farlo mio», scrive Prevost nell’introduzione. «Condividendo il desiderio dell’amato predecessore che tutti i cristiani possano percepire il forte nesso che esiste tra l’amore di Cristo e la sua chiamata a farci vicini ai poveri. Anch’io infatti ritengo necessario insistere su questo cammino di santificazione». La soglia è luogo di passaggio, dove il cammino non s’arresta davvero. Sostenuto dalla fede, da Dio, nell’incertezza di ciò che attende e ancora dev’essere.

Daniele Frison

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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