Passeggiando per le vie del suo paese d’origine, Cavazzale, sarà capitato di frequente a padre Carlo Rossato di scorgere in lontananza il Santuario Mariano di Monte Berico. Nel 2018 padre Carlo, oggi 59enne, è stato eletto priore della comunità dei Servi di Maria di Monte Berico e l’anno successivo è diventato rettore del Santuario.
Padre Carlo, quando è entrato nell’ordine dei Servi di Maria immaginava di andare a vivere così vicino a casa?
«Assolutamente no. C’è un piano nel convento, dove peraltro ha alloggiato Giovanni Paolo II durante la sua visita a Vicenza nel 1992, dove, sulle pareti, sono affissi i ritratti dei priori dell’800. Quando mi capitava di guardarli mi domandavo con curiosità: Chissà cosa avranno fatto questi per venire ricordati così”. Ma il pensiero di diventare priore non mi aveva mai sfiorato».
Quando ha iniziato il suo percorso nell’ordine?
«Avevo 32 anni, la mia è stata una di quelle che vengono chiamate “vocazioni adulte”. Ero impiegato in un’azienda grafica e cartotecnica, anche con incarichi di responsabilità. Ero soddisfatto sul piano affettivo, personale, lavorativo. Però mi mancava qualcosa. Il mio cammino con i Servi di Maria è iniziato da Isola Vicentina nel 1998. I due anni di noviziato li ho vissuti a Siena, poi la formazione è continuata a Roma, per cinque anni. Poi ho trascorso un anno a Venezia, nell’Isola di Sant’Elena, e nel 2006 sono tornato a Isola Vicentina. Nel 2009 sono stato trasferito a Monte Berico».
Com’è assumere sia l’incarico di priore che quello di rettore?
«Non ci sono distinzioni, sono due ruoli compenetrati. Il compito del rettore riguarda le presenze nel Santuario, che hanno molto a che vedere con la comunità. Al momento a Monte Berico i frati sono 17, la comunità è internazionale e multietnica. In passato abbiamo avuto confratelli dal’India e oggi ci sono due ugandesi».
Qual è il vostro compito, come comunità religiosa, all’interno della comunità cristiana vicentina?
«La nostra presenza è custodire le meraviglie che il Signore opera in Maria. Presenza che si esprime in diversi ambiti di vita e pastorali: le confessioni, un flusso impressionante di persone, celebrazioni liturgiche, veglie e benedizioni, anche queste tantissime. Sono tutti aspetti che coinvolgono la comunità e che si intrecciano per offrire un nuovo inizio a tutti, nel segno della speranza, del rinnovamento, della rigenerazione. E questo accade ogni giorno. I giorni festivi, in cui l’afflusso di persone è enorme, sono molto diversi da quelli feriali, in cui prevalgono il silenzio, il raccoglimento e la preghiera».
L’8 febbraio si inaugurano gli eventi giubilari per i 600 anni dalle apparizioni mariane che portarono alla costruzione del Santuario di Monte Berico. Perché un Giubileo Mariano, all’indomani del grande Giubileo della Speranza che si è appena concluso?
«Nella bolla di indizione dell’anno giubilare Francesco scrisse di Maria proprio come della più alta testimone di speranza. Il leitmotiv di questo giubileo è stato un’intuizione profetica. La speranza non delude. Mai. D’altronde, ci possiamo muovere in un cammino di fede e di vita se c’è speranza, se c’è qualcosa che ci viene donato oltre noi, oltre i nostri limiti e oltre le nostre… carte di credito. Il motivo che abbiamo voluto tracciare per questo nuovo Giubileo è quello della rinascita, di rifioritura accogliendo nelle nostre vite la presenza materna di Maria».
Sono previsti segni giubilari concreti?
«Per il momento va tutto nell’ordine della celebrazione, della solennità. Abbiamo molte richieste di pellegrinaggi. Durante l’anno potrebbe esserci qualche apertura, in questo senso».
Ha parlato del soggiorno di Giovanni Paolo II a Monte Berico. È vero che siamo in attesa di papa Leone XIV?
«Il vescovo Giuliano ha scritto una lettera di invito, ma da qui alla conferma ce ne passa. Come ha detto il Vescovo, il Papa valuterà».
Andrea Frison
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