Perché? È la domanda che inevitabilmente ci si pone davanti a morti come quella di don Francesco e del giovanissimo Alberto. Una domanda che non si accontenta di risposte tecniche. Non sarà l’esito delle indagini, delle ricostruzioni, dell’accertamento delle responsabilità, che pure devono esserci, a dare una risposta a questa domanda che da giorni martella e inquieta la nostra fede. È una domanda di senso. È una domanda teologica.
Se a morire in una mattina di sole sono un giovane prete che sta seminando un mondo di bene e un ancor più giovane animatore, ragazzo impegnato e generoso, dalla faccia pulita, Dio non ha attenuanti. E a buon diritto ci sentiamo disorientati e anche arrabbiati con il Cielo. Possibile che nessun angelo custode abbia saputo interrompere la tragica sequenza di fatalità che ha portato al mortale impatto? Quanti se e quanti ma affollano la mente di chi li conosceva, di chi si è trovato suo malgrado coinvolto nell’incidente e di tutti noi che ci sentiamo partecipi del lutto pesante che ha funestato la nostra comunità in questo inizio di estate.
Quando l’incidente avviene alle tre di notte, correndo all’impazzata, ubriachi o fumati, dopo una notte brava in discoteca, dispiace, ma non ti meravigli. Se ti dedichi a sport estremi o vai in luoghi di guerra, sapevi di poter rischiare la vita. Ma non si può morire andando in gita a Gardaland con i ragazzi che fino al giorno prima hanno animato un Grest meraviglioso, a causa di uno stupido incidente. Già oggi i preti sono pochi e non sempre così convinti e generosi. Signore, davvero non ti importa che moriamo? E questo giovane (averne così) quanto bene ancora avrebbe potuto dare, quanta vita aveva davanti… un giglio reciso bruscamente, prima ancora di sbocciare, come ha detto commosso il Vescovo.
L’assurdità delle circostanze della morte acuisce il dolore, la ribellione davanti a quella che ci pare una colossale ingiustizia, un macabro scherzo del destino… dov’è la Provvidenza amorevole del Padre? Pensiamo allo strazio dei genitori, degli amici, di una comunità intera sotto choc. Perché? Perché proprio loro?! Pensiamo alla fede e alle speranze dei tanti bambini, ragazzi e giovani che all’oratorio di Schio stavano costruendo qualcosa di bello. Che impatto avrà tutto questo? Perché, perché, Signore?
È l’eterna domanda che nasce davanti alla sofferenza del giusto, dell’innocente. Qualche settimana fa una persona che ha perso in pochi mesi il compagno a causa di una grave malattia mi confidava tutta la sua rabbia verso Dio. Ora mi sembra di comprenderla meglio e provo quasi vergogna per i miei tentativi di giustificare Dio ai suoi occhi. In certi momenti davvero non ci sono parole. Si può solo restare accanto e provare a pregare. Una preghiera che prende le forme della rabbia scomposta di un bimbo che batte i pugni sino a sfinirsi sul petto del suo papà.
L’unica risposta a questo «perché?» è, a ben guardare, la croce di Gesù. Anche lui, il Figlio di Dio, innocente, senza colpa, mite e amorevole, è morto giovane. Poteva salvarci anche morendo di vecchiaia nel suo letto, ma allora credere nel suo amore nonostante tutto sarebbe risultato ancora più difficile. «Volgete lo sguardo a Colui che hanno trafitto». Dalla croce ci ha promesso il Paradiso. Non è una facile consolazione. È la grande speranza. Gardaland senza fine, senza più timore di incidenti, di lutti e di separazioni.
La verità è che siamo di passaggio. Che la nostra vita è appesa a un filo. Non sappiamo né il giorno né l’ora. Ma c’è un’altra vita la cui luce risplende già nel cuore di alcuni che passano con il loro sorriso a parlarci del Cielo, ma che qui sembrano non essere destinati a rimanere troppo a lungo.
Don Francesco e Alberto, dal Cielo date consolazione ai vostri genitori, alle vostre famiglie, alla comunità che piange la vostra perdita. La vostra morte non interrompa i nostri sogni, non rubi la speranza, non spenga gli ideali e la voglia di impegnarsi per il bene. Al contrario, spinga tutti noi a reagire e a vivere con un di più di amore, come Gesù sulla croce.
Alessio Graziani, donalessio@lavocedeiberici.it
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Già..siamo in molti a provare questo tipo di rabbia nonostante l’amore di Dio ..Dovremmo veramente gioire in ogni attimo di vita terrena che ci viene dato…È un po’ come il ritmo del giorno e la notte, dell’inverno e della primavera..così è la vita fatta di luce e zone d’ombra ma pur sempre bellissima..A DIO don Francesco e Alberto siete l’orgoglio di noi umani
Caro Don Alessio, per caso ho letto questo tuo scritto su Facebook.. In un momento dove anche io ho vacillato e pensato MA PERCHÉ… Non è un caso che a darmi conforto sia stato proprio tu, un vecchio amico di S. Piox che ho visto crescere e diventare un dono di Dio.. Grazie 🤍
Come affronta il problema della morte del giusto, specie se capita in seguito ad una sciagura apparentemente casuale, la Bibbia e la Tradizione cristiana?
È una delle domande più antiche e laceranti, e la Scrittura la affronta rifiutando progressivamente la teologia retributiva. Giobbe ne è la demolizione drammatica: gli amici sostengono che la sventura presuppone la colpa, e Dio alla fine dà ragione a Giobbe che ha protestato, non a loro.
Qohelet constata amaramente che “c’è il giusto che perisce nella sua giustizia”.
Ma il testo decisivo per il caso della sciagura casuale è Luca 13,1-5: davanti ai Galilei uccisi da Pilato e ai diciotto morti sotto la torre di Siloe, Gesù recide esplicitamente il nesso tra disgrazia e peccato (“credete che fossero più colpevoli?… No”), spostando la questione dall’eziologia alla vigilanza escatologica.
Il libro della Sapienza (capp. 3-4) compie il passo teologico maggiore: “il giusto, anche se muore prematuramente, si troverà nel riposo… egli, divenuto in breve perfetto, ha compiuto un lungo cammino”. La morte precoce del giusto non è punizione ma, paradossalmente, può essere sottrazione al male e compimento anticipato — lettura ripresa dalla liturgia esequiale. Il Salmo 116 aggiunge: “preziosa agli occhi del Signore è la morte dei suoi fedeli”.
La Tradizione cristiana legge tutto questo alla luce della Croce: il Giusto per eccellenza muore di morte violenta e apparentemente insensata, e proprio lì Dio non spiega il male ma lo abita e lo trasfigura. I Padri (Agostino nel *De civitate Dei* I, Gregorio Magno nei *Moralia in Iob*) distinguono tra il male subito e il suo uso provvidenziale: Dio non vuole la sciagura, ma nulla cade fuori dal suo disegno, e ciò che appare caso al nostro sguardo frammentario è permesso in vista di un bene che spesso resta velato *in via*.
La risposta ultima non è speculativa ma escatologica e pasquale: la risurrezione come giustizia resa al giusto.
La riflessione moderna nasce da una data precisa: il terremoto di Lisbona del 1755, che uccise decine di migliaia di persone — molte in chiesa, era il giorno di Ognissanti. Voltaire nel *Poème sur le désastre de Lisbonne* e nel *Candide* demolisce l’ottimismo di Leibniz, la cui *Théodicée* (1710) aveva sostenuto che questo è “il migliore dei mondi possibili”. Kant nel 1791 scrive un saggio decisivo, *Sul fallimento di tutti i tentativi filosofici di teodicea*: la ragione speculativa non può giustificare Dio davanti al male; resta solo la “teodicea autentica” di Giobbe, cioè l’integrità di chi non mente su Dio né sul proprio dolore.
Dostoevskij porta la questione al vertice: Ivan Karamazov non nega Dio, ma “restituisce il biglietto” — nessuna armonia finale può valere una sola lacrima di bambino innocente. È l’obiezione più forte mai formulata, e Dostoevskij non la confuta con argomenti: le oppone la figura di Zosima e l’amore concreto, quasi a dire che al male non si risponde con una teoria ma con una presenza. Su questa linea Simone Weil distingue tra sofferenza e *malheur* (sventura), e vede nella Croce il punto in cui la distanza infinita tra Dio e l’uomo è attraversata dall’amore: Dio non spiega, si lascia crocifiggere.
Dopo Auschwitz la teodicea classica appare a molti impraticabile. Hans Jonas (*Il concetto di Dio dopo Auschwitz*) arriva a ripensare l’onnipotenza: un Dio che si è contratto, che soffre e rischia con la creazione — soluzione suggestiva ma difficilmente compatibile con la fede cattolica. Moltmann (*Il Dio crocifisso*) resta più vicino alla tradizione: nel Golgota la sofferenza entra nella vita trinitaria stessa. Levinas parla della “sofferenza inutile”: ogni tentativo di dare senso al dolore *altrui* è moralmente osceno; il senso può nascere solo dalla mia responsabilità per chi soffre. Metz propone una “teologia della memoria passionis”: non spiegare, ma custodire la memoria delle vittime come domanda rivolta a Dio, riscoprendo la preghiera biblica di lamentazione.
Il Magistero cattolico raccoglie questi fermenti in chiave pasquale: Giovanni Paolo II nella *Salvifici doloris* (1984) — scritta da chi aveva attraversato nazismo e comunismo — afferma che alla domanda sul senso del dolore Cristo non risponde con una teoria ma “dalla Croce, dal cuore della propria sofferenza”, invitando a *partecipare* al suo mistero. Ratzinger, davanti ad Auschwitz nel 2006, riprese il grido del Salmo: “Perché dormi, Signore?” — legittimando il lamento come atto di fede. La linea moderna più feconda, in fondo, converge qui: la teodicea speculativa fallisce (Kant aveva ragione), ma restano la protesta di Giobbe, la memoria delle vittime, la compassione operosa e la speranza escatologica — non una spiegazione del male, ma una promessa che il male non ha l’ultima parola.
Dostoevskij affronta il problema non da filosofo ma da uomo ferito: aveva conosciuto la condanna a morte simulata, la katorga siberiana, e — decisivo per *I fratelli Karamazov* — la morte del figlioletto Alëša, tre anni, nel 1878. Dopo quel lutto si recò al monastero di Optina Pustyn’ dallo starec Amvrosij, e da quel colloquio nacquero sia la figura di Zosima sia la scena della contadina che ha perso il bambino, cui lo starec ripete le parole di Rachele: “non vuole essere consolata perché essi non sono più” — ma piangi, e il pianto si farà quieta gioia. Dostoevskij scrisse nei taccuini: “non è da bambino che credo in Cristo; il mio hosanna è passato attraverso un grande crogiuolo di dubbi”.
Il crogiuolo è il capitolo “La ribellione”. Ivan costruisce l’obiezione con rigore terribile: non prende il male in generale, ma casi documentati di cronaca — la bambina rinchiusa nella latrina dai genitori, il servo sbranato dai cani del generale davanti alla madre. E non nega Dio: *accetta* Dio, accetta persino che alla fine dei tempi vi sarà armonia universale. Ma rifiuta il prezzo: se l’armonia costa la lacrima di un solo bambino torturato, “restituisco rispettosamente il biglietto”. È la mossa che rende l’obiezione inaggirabile: Ivan non contesta l’esistenza di Dio ma la *giustificabilità* del suo mondo — proprio ciò che la teodicea pretendeva di dimostrare. Segue la Leggenda del Grande Inquisitore, dove Cristo, davanti all’accusa di aver caricato l’uomo di una libertà insopportabile, non risponde con argomenti: bacia l’Inquisitore. Il bacio è tutta la “confutazione”.
Dostoevskij infatti non risponde a Ivan sul piano teorico — sapeva che era impossibile, e scrisse che tutto il romanzo era la risposta alla “Ribellione”. La risposta è distribuita: è la vita e la parola di Zosima (“ciascuno è colpevole di tutto davanti a tutti”, la responsabilità universale che rovescia la contabilità di Ivan); è la terra baciata da Alëša dopo il sogno delle nozze di Cana; è soprattutto la vicenda di Iljušečka, il bambino che *muore davvero* nel romanzo, innocente e umiliato. Dostoevskij ha l’audacia di chiudere il libro non con una teoria ma con dodici ragazzi presso la pietra, dopo il funerale, e Alëša che promette: “certamente risorgeremo, certamente ci rivedremo”. La morte del giusto-bambino, il caso limite di Ivan, viene attraversata — non spiegata — dalla memoria, dall’amore reciproco e dalla speranza della risurrezione.
C’è poi il rovescio della medaglia, che a Dostoevskij preme altrettanto: cosa accade a chi rimane dentro la ribellione. Ivan, coerente col suo “se Dio non esiste, tutto è permesso”, diventa il padre spirituale del parricidio compiuto da Smerdjakov e finisce nella febbre cerebrale, nel colloquio col diavolo — un diavolo meschino, da salotto, perché il male per Dostoevskij è banale prima di Arendt. La logica che rifiuta il mondo per amore dei bambini finisce per consegnare il mondo agli assassini: è la diagnosi profetica che anticipa i totalitarismi, come videro Berdjaev e poi de Lubac ne *Il dramma dell’umanesimo ateo*. Nell’*Idiota* c’è il correlato iconografico: il Cristo morto di Holbein, davanti al quale “si può perdere la fede” — Dostoevskij guarda in faccia il cadavere del Giusto senza attenuazioni, e proprio lì gioca tutta la sua scommessa pasquale.
Romano Guardini dedicò a Dostoevskij uno dei suoi libri più penetranti, *Il mondo religioso di Dostoevskij* (*Religiöse Gestalten in Dostojewskijs Werk*, 1933), nato dalle lezioni berlinesi sulla Weltanschauung cattolica. Il metodo è già una tesi: Guardini non tratta Dostoevskij come filosofo mascherato, ma legge le *figure* — perché in Dostoevskij la verità religiosa non si dà in dottrine ma in esistenze concrete. È esattamente la struttura che abbiamo visto: a Ivan non si risponde con argomenti ma con Zosima e Alëša.
Guardini organizza il libro per tipi umani. Il popolo (*narod*) come portatore di una religiosità tellurica, il legame tra la terra-madre e la Madre di Dio; i grandi peccatori e la dialettica per cui la caduta può aprire alla grazia più della correttezza tiepida; gli uomini “silenziosi” e umili — Sonja, il vescovo Tichon — in cui vede la trasparenza del santo; i ribelli — Ivan, Kirillov, Raskol’nikov — analizzati come varianti dell’uomo che vuole porsi al posto di Dio. La pagina su Kirillov è tra le più celebri: il suicidio metafisico come atto di “teologia rovesciata”, l’uomo-dio che per affermare la libertà assoluta deve uccidersi, controfigura esatta del Dio-uomo che muore per amore. E per il nostro tema: Guardini vede nella ribellione di Ivan una serietà autenticamente religiosa — il rifiuto dell’armonia comprata col dolore innocente è, paradossalmente, prossimo alla santità, ma si perverte perché rifiuta di piegarsi al mistero e pretende che Dio si giustifichi davanti al tribunale della ragione umana.
Il punto più discusso del libro è la lettura di Alëša e soprattutto del Cristo della Leggenda. Guardini, con onestà notevole, confessa un’inquietudine: si chiede se il Cristo silenzioso del Grande Inquisitore sia pienamente il Cristo dei Vangeli e della Chiesa, o non piuttosto un Cristo “soltanto amore”, separato dalla forma, dall’autorità, dall’istituzione — un tratto che egli riconduce a certa sensibilità orientale e al polemismo antiromano di Dostoevskij (che nell’Inquisitore prende di mira dichiaratamente il cattolicesimo). È il cattolico Guardini che interroga l’ortodosso Dostoevskij: la kenosi russa, la compassione illimitata, rischiano di dissolvere la mediazione ecclesiale? La domanda resta aperta nel libro, e gli valse critiche da parte ortodossa — Evdokimov, che pure lo stimava, gli rimproverò di non aver colto fino in fondo la teologia della kenosi e della luce taborica che sta dietro quelle figure.
Sul problema della morte del giusto, Guardini raccoglie da Dostoevskij una lezione che attraversa poi tutta la sua opera, fino alle *Lettere sull’autoformazione* e al tardo *La morte di Socrate* per contrasto: il cristianesimo non possiede una “soluzione” del dolore innocente, possiede una Persona. Nelle pagine su Zosima sottolinea proprio la scena della madre in lutto: lo starec non spiega nulla, autorizza il pianto e lo orienta alla speranza — per Guardini è la forma cristiana dell’accompagnamento, contro ogni consolazione ideologica. C’è qui una consonanza profonda con la sua idea di *Gegensatz*, la polarità vivente: lamento e fede, protesta e adorazione non vanno risolti l’uno nell’altra ma tenuti in tensione, come in Giobbe.
Curiosità finale che chiude il cerchio: si racconta che Guardini, negli ultimi anni, dicesse che nel giudizio finale non solo Dio avrebbe interrogato lui, ma anche lui avrebbe posto a Dio la domanda cui nessun libro aveva risposto: perché, per la salvezza, la via terribile della sofferenza degli innocenti? È Ivan Karamazov trasfigurato in preghiera: la domanda non viene soppressa, viene portata davanti al volto di Dio.
Resta quindi solo la Passione, Morte e Resurrezione di Cristo come unica Salvezza dal non-sense della morte assurda e inspiegabile del Giusto…