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Ondate di calore e crisi climatica, Paolo Vidali: “L’emergenza ambientale è la sfida più grande dell’umanità”

Le ondate di calore di queste settimane riportano al centro il tema della crisi climatica. Il filosofo vicentino Paolo Vidali, autore di “La negazione ecologica”, spiega perché l’umanità fatica ad affrontare un’emergenza che conosce da tempo.

14 Agosto 2026
in Territorio, In primo piano
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Ondate di calore e crisi climatica, Paolo Vidali: “L’emergenza ambientale è la sfida più grande dell’umanità”

Forse le ondate di calore che stiamo sperimentando in queste settimane ci aiuteranno a capire che «l’emergenza ambientale in corso è il problema più grande che l’umanità abbia avuto, nella sua storia». Una crisi che attraversa il globo e tutte le popolazioni «anche se con responsabilità diverse». A dirlo è Paolo Vidali, filosofo vicentino e docente di Filosofia della Natura e della Scienza alla Facoltà Teologica del Triveneto di Padova.

Il libro

Sul tema il filosofo ha dato alle stampe un libro dal titolo quanto mai eloquente, La negazione ecologica. Perché sappiamo tutto dell’emergenza ambientale e facciamo finta di niente (ed. Mimesis). Partendo da lontano, dai meccanismi evolutivi che hanno portato la specie “Homo sapiens sapiens” a essere quello che è.

«Nella nostra evoluzione – osserva Vidali – abbiamo messo in atto certe strategie che sono state felici e che ci hanno premiato. Ad esempio, sappiamo riconoscere e reagire a un movimento che noi vediamo nell’ambiente che ci circonda; mentre non sappiamo affrontare le piccole, impercettibili variazioni che possono diventare fatali».

Come ad esempio quelle che caratterizzano il mutamento climatico: «Il riscaldamento globale non riusciamo ad affrontarlo perché ci sembra che non esista. E se c’è un problema di scarsità d’acqua o di eccessiva piovosità, la specie umana tende a spostarsi, a differenza di altre specie come i vegetali che tentano di adattarsi. La pratica umana entra in crisi nel momento in cui siamo una specie che ha coperto la Terra: aspetti come la riduzione delle aree coltivabili per eccesso di siccità, o l’innalzamento del livello del mare, non sappiamo affrontarli. Sono mutamenti lenti, ma micidiali».

Da qui il meccanismo della resistenza al cambiamento: «Siamo abituati a pensare di poter comprendere il mondo come fosse fatto di “cose”, invece è una realtà fatta di grandi sistemi e processi in continuo cambiamento, che creano nuovi equilibri».

Vidali mette sotto accusa la «logica capitalistica e onnivora con cui si trasforma ogni cosa in merce, trasformando le relazioni umane e la relazione dell’uomo con il pianeta, producendo un aumento della disuguaglianza che è indice dell’alterazione del nostro rapporto con il sistema».

Perché non si agisce

La resistenza al cambiamento viene analizzata anche sotto il profilo etico: «La nostra etica è abituata a misurare la nostra responsabilità negli effetti immediati. È un’etica “corta” – sottolinea il filosofo – invece abbiamo bisogno di un’etica lunga per il tipo di impatto che produciamo. Non pensiamo al dopo, non mettiamo le generazioni future al centro dei nostri interessi: eppure la nostra specie sta agendo in modo da influire pesantemente su quello che verrà, sta producendo trasformazioni che dureranno nel tempo per generazioni.

Esemplifico: se anche oggi riuscissimo a fermare le emissioni di CO₂ nell’atmosfera, come previsto dagli standard dei protocolli di Parigi, i meccanismi e i processi ormai avviati influirebbero comunque ancora per decenni, se non per secoli».

L’autore analizza le «trappole con cui legittimiamo la nostra inerzia. I “frammenti errati” che prendiamo per buoni, i nostri strumenti di negazione con cui, da persone che non sanno come affrontare il problema che hanno di fronte, lo negano».

Un esempio è il riscaldamento globale. Spesso e volentieri si confonde il clima con il meteo. Il clima è un processo lento e globale che va analizzato nell’arco di almeno un trentennio. Il meteo è altra cosa e il fatto che personaggi noti li confondano, negando il cambiamento perché, ad esempio, talvolta in certi momenti dell’anno fa più freddo dell’anno prima, equivale a non voler vedere il problema.

Per Vidali la risposta, immediata, deve essere «investire nelle energie rinnovabili. È molto, molto più vantaggioso che non investire nel fossile: noi come Unione Europea negli ultimi trent’anni abbiamo ridotto le emissioni del 20 per cento. Eppure il Pil ha continuato a crescere: questo vuol dire che non è vero che fare delle scelte economiche ecologiche sia controproducente sulla ricchezza media.

I calcoli fatti su un ipotetico sistema basato al cento per cento su energie rinnovabili mostrano un aumento dei posti di lavoro, non una diminuzione. Stiamo cambiando modello economico e non vogliamo rendercene conto. Ma saremo costretti a farlo. Le fluttuazioni di questi giorni del prezzo del petrolio dimostrano che basare la nostra economia esclusivamente sul fossile vuol dire rendere instabile ogni previsione sulle nostre prospettive di crescita».

Esempi virtuosi e non

Da est a ovest, il mondo mostra esempi molto diversi su come l’emergenza viene percepita.

«Quello che sta facendo la Comunità europea è forse il più avanzato esperimento di implementazione di politiche sostenibili. Esattamente opposto – sottolinea il filosofo – è quello che sta avvenendo negli Usa.

Quanto ha prodotto l’Ue sta dando frutti notevoli e, pure in questo periodo in cui si è più timidi, non si è invertita la rotta. Ma paradossalmente anche uno dei Paesi più inquinanti nel passato, pensiamo alla Cina di vent’anni fa, sta facendo notevolissimi passi avanti rispetto al passato.

Si tratta – conclude il filosofo – di avere il coraggio di fare queste scelte. E io mi auguro che chi vota ci pensi, guardando al futuro dei suoi figli e nipoti».

Andrea Alba

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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