L’ambulatorio è vuoto: il medico di base non c’è. E per centinaia, in alcuni luoghi migliaia di persone, la via per farsi curare non resta che una: mettersi al volante e andare al Pronto soccorso dell’ospedale più vicino. Oppure rivolgersi a un medico “sostitutivo”, messo a disposizione per alcune ore dall’Ulss. Un professionista che però non potrà eseguire una vera presa in carico dei pazienti e delle loro cartelle cliniche, ma al massimo “tamponare”, prescrivendo ricette per le cronicità e dando risposte a situazioni immediate.
Succede a Valli del Pasubio e a Torrebelvicino. «Ma il medico curante manca anche in alcune aree dell’Alta Valchiampo e della Riviera Berica», spiega la dottoressa Bruna Stocchiero, segretaria vicentina della Fimmg, il sindacato dei medici di medicina generale.
I numeri
Il territorio vicentino, che nel 2023 contava 493 medici di medicina generale distribuiti tra Ulss 8 Berica e Ulss 7 Pedemontana, secondo i dati presenti nel portale dell’Azienda Zero risultava avere, ad aprile dell’anno scorso, una carenza di ben 345 medici di medicina generale: 150 nella Pedemontana e 195 nella Berica.
«Attualmente a Valli, dove i residenti con più di 16 anni sono circa 2.700, abbiamo un solo medico – osserva Flavio Cristofori, del comitato Sanità Pubblica Alto Vicentino – e ha già raggiunto il massimale di 1.800 pazienti. Non può aggiungerne altri: quindi abbiamo circa 900 persone senza medico. Anche a Torrebelvicino, con 5.200 residenti over 16, abbiamo solo due medici e ci sono 250 abitanti che ne sono privi». Gli abitanti dei due Comuni altovicentini e il comitato, già a dicembre, hanno indetto una petizione che ha rapidamente raccolto duemila adesioni.
«I sindaci hanno approvato due delibere impegnandosi a fare pressioni sull’azienda sanitaria. Da qualche settimana una dottoressa ha accettato un incarico a Torrebelvicino che, però, è solo di sei ore alla settimana. Soprattutto è importante che le amministrazioni ottengano la costituzione di una medicina integrata nell’area confinante fra i due territori comunali, per avere più professionisti che collaborano e un servizio infermieristico. Abbiamo individuato dei locali che potrebbero prestarsi e li abbiamo segnalati ai sindaci: spero non sorvolino sul problema», sottolinea Cristofori.
L’emergenza si è verificata dopo che il secondo medico di medicina generale presente a Valli, un giovane proveniente dal Trentino, nel corso del 2025 ha lasciato il territorio per avvicinarsi a casa.
Le criticità
«In queste zone, come pure nell’Alta Valchiampo, la carenza è tale che il medico di medicina generale non c’è proprio. Ma in realtà, anche dove c’è, in media abbiamo molti più pazienti di quanto sarebbe consentito. In Regione, a fronte di un limite teorico di 1.500, spesso si arriva a 1.800», commenta Stocchiero.
I problemi maggiori «li abbiamo nelle zone periferiche. È difficile che un giovane medico accetti di trasferirvisi e “fare famiglia” lì: sono luoghi poco appetibili. Si aggiunga che siamo oberati da un carico di lavoro enorme, perché ogni medico ha moltissimi pazienti, e che la professione non è più appetibile come in passato dal punto di vista della remunerazione: i medici in Italia sono pagati mediamente un terzo in meno rispetto alla media europea. Inoltre siamo una delle poche Regioni in cui non esiste un accordo integrativo regionale che attui la riforma della medicina generale».
La norma, spiega Stocchiero, esiste dal 2013 e prevede la divisione del territorio in Aft (aggregazioni funzionali territoriali), con medici collegati tra loro in rete per garantire un’apertura degli studi almeno 12 ore su 24, realizzando al contempo percorsi specifici a supporto di una popolazione che invecchia e presenta sempre più cronicità.
«L’attuazione in Veneto è attesa da anni. Nei mesi scorsi è stata ulteriormente rinviata per via delle elezioni e abbiamo perso altro tempo».
A complicare il quadro c’è anche la burocrazia: «Un’errata programmazione attuata negli anni passati ha complicato le cose invece di semplificarle, togliendo tempo alla cura e al rapporto con i pazienti». Un’ulteriore criticità è il fenomeno demografico: «Si pensa che i medici ci siano, ma non ci sono – riprende l’esponente della Fimmg –. Da anni, come organizzazione sindacale, denunciavamo che a partire dal 2020 ci sarebbe stato un forte calo per via del pensionamento progressivo di quelli entrati in servizio nel 1978, con l’istituzione del Servizio sanitario nazionale».
«È importante – conclude Stocchiero – che un accordo che attui la riforma si trovi il prima possibile anche qui in Veneto: le Case di comunità finanziate dal Pnrr, da sole, non possono essere la risposta».
Andrea Alba
© RIPRODUZIONE RISERVATA


