Qualche settimana fa un piccolo comune alle porte di Vicenza ha accolto in pompa magna la visita di un suo figlio, ora residente in Canada, alla guida di una grande azienda (peraltro a controllo pubblico) che progetta e produce armamenti. Negli ultimi anni questa multinazionale ha visto i propri profitti aumentare quasi del 40 %. Ricavi da miliardi di euro, soldi sporchi di paura e di sangue, ci verrebbe da dire. Paradossale che lo stesso comune in questa occasione si sia gloriato di annoverare tra i propri residenti anche un cardinale che ha fatto della pace tra i popoli e della fraternità fra le genti la ragione della sua vita. Negli stessi giorni un gruppo di parlamentari (sia di destra che di sinistra)ha tacciato di irrealistica utopia l’appello dei vescovi italiani contro il riarmo globale, definendo invece l’approvvigionamento di armamenti come oggi necessario e inevitabile. Nel frattempo il Consiglio dei Ministri ha approvato un decreto legislativo che prevede un ampliamento del personale militare con lo scopo di raggiungere i 160mila soldati effettivi entro il 2033. E più di qualcuno (ma non certo tra i giovani) accarezza l’idea di poter ripristinare la leva obbligatoria.
La paura di essere impreparati in caso di conflitto sembra purtroppo essere più grande del desiderio di preservare pace. Nonostante siano sotto gli occhi di tutti la distruzione e le immani sofferenze che la guerra ha causato in Palestina e continua a portare nella martoriata Ucraina e in tanti altri paesi del mondo, irrazionalmente rischiamo di correre proprio verso ciò che tutti vorremmo evitare. Perché, la storia lo insegna, la paura non è mai una buona consigliera e quando ci si arma fino ai denti, quelle armi prima o poi vien voglia anche di usarle.
Tra i pochi che con fermezza ricordano la stoltezza del motto latino si vis pacem para bellum (se vuoi la pace prepara la guerra) vi è papa Leone, che anche nei giorni scorsi, parlando del presepe, ha definito la venuta del Cristo tra noi “disarmata e disarmante” e ha ricordato le parole di papa Benedetto XVI che nel dicembre 2009 invitava a contemplare il Bambino venuto “senza armi e senza forza, per vincere la superbia, la violenza, la brama di possesso dell’uomo, e condurci così alla nostra vera identità”.
Gesù nasce bambino povero, rifiutato e perseguitato, in un umile ricovero per animali, nella più sperduta delle province dell’Impero Romano del tempo. Alle periferie del mondo e della storia. Non viene rivestito di abiti lussuosi, accolto nei palazzi dei potenti e neppure nei luoghi del culto istituzionale. Gli angeli cantano per lui rivolti ai poveri della terra, ai pastori, ai vagabondi di quella notte gelata, a qualche sapiente che scrutava le stelle senza paura di esser disprezzato come ingenuo sognatore. Si accorgono di lui, Principe della Pace, Luce vera venuta nel mondo, i miti, gli umili, i pazienti tessitori di misericordia e fraternità. Gli fanno corona festanti, secondo antiche tradizioni orientali, le creature del mondo animale e vegetale, non macchiate dalla superbia distruttiva del peccato originale, da quel desiderio di possesso, dominio e sopraffazione che è all’origine purtroppo di tutti i mali del mondo e che solo gli amici di Dio riescono in qualche modo a vincere e domare.Disarmato, il Bambino suscita, se contemplato con occhi puri nella sua mangiatoia o tra le braccia della Madre, sentimenti di tenerezza e di bontà. Gli stessi che dovrebbero fiorire nel cuore guardando quel Bimbo divenuto adulto e inchiodato, ancor più disarmato, al legno della croce.
E allora tu, essere umano, se ancora non hai del tutto venduto la tua anima al mondo, in un sussulto davanti a quello sguardo del Dio fatto uomo per la tua salvezza, deponi le armi, libera le tue mani e corri ad abbracciarlo perché in Lui finalmente ritroverai te stesso. E saranno lacrime, e sarà gioia, e sarà salvezza. Chiama il fratello che da troppo tempo non senti, regala un sorriso al compagno di lavoro, guarda con comprensione anche chi ti ha fatto del male, perdona chi ti ha ferito, tendi con empatia una mano a chi ha bisogno. Non aver paura, entra in una casa di riposo, in un centro per persone disabili, visita un malato in ospedale, riconosci l’umanità di un fratello migrante. E saranno lacrime, e sarà gioia, e sarà Natale!
Alessio Graziani, donalessio@lavocedeiberici.it
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