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La giornalista Sky ospite della Voce il 15 dicembre per presentare il suo ultimo libro

Maria Latella: «Fiera della mia ingenuità»

"Fatti privati e pubbliche tribù" racconta sessant'anni di vita e di giornalismo
di Marta Randon

«Ho camminato molto e ho pure corso, parecchio. Di tanto in tanto sono caduta e ho preso delle gran facciate. Il verbo che mi appartiene di più è ricominciare. Ho ricominciato tante volte».

Maria Latella è una donna con i pantaloni, anche se nelle stanze della politica che conta, da giovane cronista del Corriere della Sera, amava indossare le gonne. Giornalista appassionata e scrittrice, è cresciuta tra colleghi uomini, intervistando prevalentemente maschi ed è maturata professionalmente pensando che per andare avanti e sopravvivere in un ambiente durissimo “fosse utile ragionare come un uomo”. Il libro Fatti Privati e pubbliche tribù, edizione San Paolo, che Latella ha presentato venerdì 15 dicembre al centro Onisto, in dialogo con il nostro vescovo Beniamino, è scritto invece con mano femminile, leggera.

Il libro comincia da Maria bambina. Un bimba prodigio, già appassionata di politica in adolescenza. Sono ricordi nitidi? 

«Ricordo perfettamente com’ero da bambina, la politica mi appassionava davvero. Capivo che era una cosa strana per una ragazzina così giovane, mi sentivo sola e diversa rispetto alle mie coetanee. Abitavamo a Sabaudia, uscivo da messa e mi fermavo ad ascoltare i comizi missini. Mio padre un giorno mi portò via in malo modo, fu la mia prima pubblica umiliazione. Sono cresciuta in una famiglia cattolica (i genitori insegnanti ndr)nella quale la politica era davvero importante. Mio nonno era un socialista impegnato. Guardavamo i telegiornali e si discuteva a tavola. A casa si leggeva il Messaggero. Leggere e scrivere mi è sempre piaciuto».

Dalle righe del libro sembra che tutto sia stato facile, che tutto le sia riuscito facilmente. È così?

«“Manco per idea” (scherza in romanesco) nulla è stato facile, me lo sono conquistato duramente. Solo il concorso per giornalisti al quale ho partecipato dopo aver letto una piccola inserzione su Il Secolo XIX  fu casuale, tutto il resto è frutto di sacrifico. Si presentarono in 70mila. Ero convinta che i posti fossero già assegnati, che in Italia tutti fossero raccomandati».

Invece arrivò terza, senza raccomandazioni. Ha però avuto mentori, figure che hanno creduto in lei. Quanto importante è avere una persona capace che ti prende sotto la propria ala?

«È importantissimo. Senza un maestro non si va da nessuna parte. Non bisogna avere la presunzione di capire tutto. Bisogna sapere ascoltare, stare zitti e ascoltare».

Le è capitato di intervistare vescovi, cardinali, alti prelati, o di incontrare Papi?

«Ho avuto il piacere di intervistare il Cardinale Dionigi Tettamanzi e mons. Nunzio Galantino. Da piccola facevo tante domande ai miei parroci, che vedevo con una certa frequenza. Ho frequentato il catechismo, l’oratorio, ero molto stimolata. Avevo più o meno 14 anni».

Che cosa le ha insegnato quel mondo che poi le è stato utile nel lavoro, nella vita?

«Sicuramente il rispetto per le persone e l’incapacità di essere troppo cinici. Sono molto felice e orgogliosa dalla mia ingenuità. Credo che questo aspetto dipenda dalla mia formazione, dagli insegnamenti di mamma. Ricordo che mia madre quando incontravamo un mendicante si fermava e mi diceva che bisogna sempre fare attenzione a chi ha meno. Il cinismo a casa non era accettato».

Oggi ha rimpianti, magari legati al tempo che non ha dedicato a sua figlia per seguire la sua passione?

«A 30 anni ne avevo di più. Oggi ho meno sensi di colpa. Con Alice ho un bel rapporto. Essere madre è stata una scelta faticosa, molte colleghe che hanno cominciato a lavorare negli anni ‘80 hanno deciso  di non avere figli. Per me era una decisione non negoziabile e oggi ne sono felicissima».

L’intervista completa è pubblicata sulla Voce n. 48 del 17 dicembre 2017