“La malattia fa parte della nostra esperienza umana”. Così esordisce papa Francesco nel suo Messaggio per la Giornata Mondiale del Malato. Eppure quando ci si ammala, prendere consapevolezza della fragilità che malattia e sofferenza comportano e “riconoscersi” nella nuova situazione limitante e necessitata di cure che spesso ci toglie le abilità utili agli atti propri quotidiani, è tutt’altro che scontato.
Spesso non siamo preparati a questo. Serve rimettersi in discussione, ricalibrare le capacità, modificare le abitudini, adattarsi al fatto che altri siano attivi al posto nostro.
Ecco che ammalarsi diventa un po’ un esercizio, una sfida a lasciare che la gratuità dei gesti, delle parole, del tempo dedicato alla cura ci raggiunga senza avere sempre immediata l’occasione di ricambiare il favore.
Sabato 11 febbraio il papa ci invita non solo a pregare per e con i malati e i sofferenti, ma anche a farci prossimi e a trovare modi per “avanzare insieme”, in modo tale che nessuno rimanga indietro, nessuno sia escluso, nessuno si senta solo: “Fratelli, sorelle, non siamo mai pronti per la malattia. E spesso nemmeno per ammettere l’avanzare dell’età. Temiamo la vulnerabilità e la pervasiva cultura del mercato che ci spinge a negarla. Per la fragilità non c’è spazio. E così il male, quando irrompe e ci assale, ci lascia a terra tramortiti”.
A volte ad essere travolto dal male è un figlio, quel figlio sognato, amato, custodito, cullato, nel quale inevitabilmente riponi speranze di futuro e slanci di vita. Tuttavia, anche in questo caso, la malattia può chiamarci a superare la sensazione di coglierla solamente come un ostacolo perché in essa può presentarsi un’occasione per imparare ad amare di più.
Ami di più perché riesci a fare spazio all’altro nella sofferenza, perché l’essergli madre mi ha fatto scoprire che non posso scandire le nostre giornate solo con i ritmi imposti dal quotidiano, ma le sue necessità insegnano tempi lenti, pause e attese, sensibilità e priorità diverse e che non ti aspetti e poi perché impari a stupirti e a ringraziare per progressi inaspettati.
Da mamma sto scoprendo che posso aver cura nell’accompagnarlo nell’evoluzione della sua identità, a volte difficile e non scontata; a supportarlo nell’accettarsi già fragile e compromesso così com’è e, allo stesso tempo, in potenza verso le sue scelte e quella che sarà la sua esistenza.
Mi sto ritrovando con uno sguardo nuovo, un po’ come suggerisce Salvatore Natoli (in L’esperienza del dolore, Feltrinelli, 1986): “Sotto il segno del dolore il mondo sembra trasformarsi integralmente: in tale ottica il dolore si inserisce in quelle esperienze cruciali capaci di generare quella gravosa tensione che, quando non genera distruzione, affina e ne arricchisce la percezione. Il dolore, quale che sia la sua genesi ed in qualunque modo venga esperito, sembra fare irruzione nell’esistere quotidiano, producendo quella frattura che genera quel solco sufficiente per tornare a rivedere le cose con lo sguardo di Dio; il mondo cessa di sembrare e comincia ad essere in modo in cui mai prima s’era visto”.
* Commissione Salute della Diocesi di Vicenza


