«A Schio il mio sogno è portare alla gente, sempre più, il messaggio di uguaglianza di Santa Bakhita: davanti a Dio non c’è differenza che tenga». Madre Daniela Balzarotti è la nuova madre superiora delle Canossiane di Schio. Madre Daniela ha 52 anni ed è di Busto Arsizio, in provincia di Varese. È arrivata da poco, ma per lei la città altovicentina è un “déjà vu”: nel 2000, proprio in occasione della canonizzazione della “madre moretta” (come la chiamavano gli scledensi), era qui da novizia e partecipò alla Marcia di Bakhita. Anche se poi prese tutta un’altra direzione: «Ho passato 19 anni fra Repubblica Democratica del Congo e Togo, in missione».
Madre, la vocazione è nata in lei quando era all’università, la Bocconi di Milano.
«È così. Già durante l’università iniziai a riflettere su questo: o vivevo la mia vita per il mondo o sceglievo Gesù Cristo. Poi, dopo la laurea in Economia, iniziai uno stage e, in realtà, avevo già diverse proposte di lavoro. Ma a quel punto mi dissi: “O mi abbandono al mondo o scelgo di orientare la mia vita per aiutare gli altri”. Ed essere sempre del Signore. Era una cosa che mi attirava molto. Così, abbandonai lo stage per entrare in noviziato dalle Canossiane a Verona».
Terminato il noviziato, dove è stata inviata?
«Mi è stato chiesto di girare un po’ tutti i Paesi dove le Canossiane hanno una missione. In particolare sono stata in Congo e in Togo. Ho un po’ una deformazione per l’economia, penso a causa della mia laurea, quindi mi sono impegnata a investire tutta me stessa e a promuovere anche fra le sorelle una migliore gestione dei beni per le genti che abitano le nostre missioni. Progetti di sviluppo e opere per dare lavoro e migliorare la vita: ospedali, dispensari, pozzi, ma anche panetterie e scuole. Soprattutto, una volta realizzati i progetti, abbiamo lavorato molto per fare sì che le persone del luogo diventassero autonome nel gestirli».
Che cosa ha trovato a Schio?
«Ho apprezzato e amato la vita in Africa e sono venuta qui per obbedienza. Quando sono arrivata, ho subito pensato che anche l’Africa fosse venuta qui. Non è possibile fare paragoni, ma quel che ho trovato più piacevole a Schio è che è una città aperta, testimonianza di come il mondo sia sempre più universale e senza confini. Mi è piaciuto perché è un parallelo proprio con la vita di Bakhita: dobbiamo essere persone aperte all’interculturalità, dare un senso a questa parola e al termine “universalità” che è nel nome stesso della Chiesa cattolica».
Quali sono le differenze che vede, culturali e materiali, fra l’Italia e la missione?
«L’Italia è un luogo in cui l’immigrato fatica ancora ad essere accolto come tale. Santa Bakhita è il simbolo della donna che ci incoraggia a lavorare per un’unità, ad andare al di là delle differenze. Questo è un territorio in cui le persone possono inserirsi, perché c’è lavoro: noi abbiamo il compito di collaborare perché questo inserimento sia efficace ed avvenga nel segno dell’uguaglianza e della solidarietà. Aspettavamo questo soprattutto nel nome di Bakhita, che per prima subì la differenza culturale. Il suo esempio può spronarci nel nostro lavoro di religiosi con la gente e per la gente, promotori di un’unità che vada al di là delle culture, di un’unione che anticipi qui in terra l’unione celeste».
A Schio ha trovato una scuola, quella delle madri Canossiane, che esiste da molti anni ed è frequentata da bimbi e bimbe di tante nazionalità diverse.
«E questa è una grande bellezza. Spero che riusciremo ad aprire sempre più questa scuola anche alla collaborazione con i genitori, per mostrare al mondo che davanti a Dio non c’è differenza di persona che tenga. Siamo tutti uguali. Sento l’imperativo di riuscire, non solo come scuola ma come Chiesa, a lavorare per un’integrazione, un’unione sempre maggiore tra i popoli e le culture».
Andrea Alba
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