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Home Interviste

Lucia Ascione: «Il rosario è la mia luce nella malattia»

29 Settembre 2021
in Interviste, In primo piano
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Lucia Ascione: «Il rosario è la mia luce nella malattia»

Lucia Ascione, ospite de La Voce dei Berici nel 2019.

«Ho imparato a prendere in mano la corona del rosario da piccola. Lo recitavamo soprattutto d’estate il venerdì sera davanti al camino nella nostra casetta in montagna. Ricordo questa cantilena di cui non capivo nulla e che devo dire, percepivo anche come abbastanza noiosa. Poi, da grande, ho abbandonato questo tipo di preghiera. Quindi il rosario ha fatto irruzione nella mia vita in un momento molto complicato e difficile. È stato quando alcuni seri problemi di salute mi hanno messo a dura prova». Inizia così il racconto di Lucia Ascione, nota e apprezzata giornalista e conduttrice di Tv2000, a proposito del suo rapporto con Maria e con la preghiera del Rosario a cui la Chiesa dedica tutto il mese di ottobre. La dura prova della malattia, conseguenza di una brutta caduta, è dunque all’origine della riscoperta del valore di questa preghiera. «Allora – racconta la giornalista – ho tirato fuori la corona e ho cominciato a recitare a occhi chiusi, esattamente come me l’avevano insegnato mia mamma e mia zia». 

Il rosario è nata come preghiera per il popolo che doveva alimentare la sua fede in modo semplice. Oggi questa preghiera che attualità ha?

«Il rosario oggi è il riconoscimento della nostra impotenza di fronte a fatti ineluttabili. Piuttosto che lamentarci e disperarci perché non siamo in grado di cambiare il mondo, quel rosario è un modo di dire: “Io mi fermo. Accolgo anche le cose negative della mia vita, però mi aggrappo a questo pezzo di Cielo perché io possa accettarle e possa farne un’esperienza di grazia. Il rosario è questo: io sono nelle tue mani, sotto il tuo manto. Per me il rosario è l’abbandono assoluto nelle mani di Dio. Io, ad un certo punto, mi sono arresa e ho detto adesso devi fare solo tu». 

Maria è sentita sempre come una figura veramente vicina alla gente. Perché è ancora un interlocutore privilegiato nel percorso di fede?

«Perché madre e perché ha accettato, come forse capita a molti, un disegno incomprensibile. Ci hanno spiegato che quell’ “Eccomi” non significava “So tutto io. Condivido quello che tu hai per me” ma significava “Io ci sto nel bene e nel male”. Maria è la donna che ha sopportato il dolore inumano della morte di un figlio. Come fai a sentire distante una figura come questa? Non credo sia possibile, neanche laicamente». 

Maria è dunque un tramite diretto con Cristo… 

«Assolutamente. Maria unisce quel Cielo e questa Terra. È quella che alle nozze di Cana chiede a Gesù “Puoi fare qualcosa?” proprio come le mogli o le madri che vanno dai genitori, mariti o figli per segnalare che qualcosa non va. Come faccio a credere che Maria, quella volta che, da adulta, ho preso per la prima volta in mano la corona non abbia capito esattamente cosa stavo pensando? Mai come in questo tempo di dolore assoluto e anche di delusioni c’è stata quella corona annodata al polso, nelle mie camminate dentro l’ospedale quando non potevo far altro che camminare, o nei voli del mio pensiero nella speranza che il dolore passasse. C’era quella possibilità “Vedi tu cosa puoi fare”. Ecco, il rosario per me è questo: “Vedi cosa puoi fare per me”».

In cosa consiste la modernità di Maria?

«Possiamo dire che è una donna multitasking. È quella presenza così immanente e così globale che davvero può rappresentare quel tramite e quel trait d’union tra noi e Qualcuno di molto in alto. Noi non siamo abituati a immaginare Dio così vicino. Io l’ho riscoperto proprio nei momenti di buio. Quando il dolore arriva e anche le delusioni diventano così brucianti o c’è un atto di ribellione completa o c’è un coinvolgimento pieno. Molte volte in questi mesi mi sono detta “Tu hai permesso che tutto questo accadesse, adesso toglimi dai guai”. Io l’ho fatto tramite Maria e le ho chiesto di andare Lei da Gesù per chiedergli che mi dia una mano». 

Proprio come alle nozze di Cana…

«Già. Manca il vino, manca la speranza. Trova tu il modo, Maria, di farmela avere».

Mai come in questo tempo incredibile della pandemia sono saliti al cielo così tanti rosari. Cosa ne pensa?

«Pensiamo al progetto della Chiesa Italiana “Il rosario per l’Italia”. Quel rosario non è solo una richiesta, è anche un modo per dire grazie perché ha salvato il banchetto nuziale. Ho avuto la fortuna di imbattermi nei rosari di Padre Pio dove cogli che questa preghiera altro non è che un “ti amo” di un innamorato (noi) a un’innamorata che è Maria. Se vogliamo scopriamo che abbandonandosi a Dio, anche le cose peggiori possono diventare grazia, perché dentro quel dolore qualcuno (Maria) ha impedito che ci si incattivisse e che tutto andasse perso, che quel dolore fosse l’ultima parola di uno stato fisico e mentale». 

Il rosario può essere una preghiera che affascina anche i giovani?

«In realtà, è un problema nostro, di come siamo abituati a pensare questa preghiera, magari sintetizzata nell’immagine della vecchietta vestita di nero che dorme mentre sgrana il rosario. Pensiamo invece, per esempio, al rosario da Lourdes trasmesso su Tv2000 e guidato dal cardinale Comastri: sono dei rosari che raccontano pagine di vita e non c’è certamente solo la vecchietta. Per non parlare dei rosari delle missioni popolari che coinvolgono giovani anche nell’attività di realizzare materialmente questi rosari». 

Qual è oggi il valore della religiosità popolare?

«Il rosario non è un gioiello da esibire, è un impegno. Non è l’amuleto, è un atto di abbandono e fiducia che torna nei momenti più complicati della vita e poi non ne fai più a meno. Contro l’analfabetismo spirituale il Papa ci raccomanda la lettura della Parola di Dio. Accanto a questo ci sta la preghiera del Rosario dove attraverso i suoi “misteri”, la vita di Cristo entra nella tua esistenza personale».

#BelleStorie con Lucia Ascione, ospite speciale della Festa de La Voce

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