«La vera missione è là dove magari non vorremmo andare, ma c’è davvero bisogno di noi». Lucia Dal Maso, 23 anni, di Villaga, studentessa di ingegneria ambientale a Padova all’inizio di febbraio 2026 è partita per vivere un anno in missione nella comunità dei padri saveriani a KhlongToei, distretto di Bangkok di 100mila persone, in Thailandia. Il suo desiderio era di tornare in Sierra Leone dov’era stata per tre settimane dopo il percorso di Missio Giovani: «Per me è stata un’esperienza fantastica – racconta ma volevo scoprire qualcosa di più. Tre settimane sono un periodo sufficiente per scoprire la bellezza della missione, mentre io nutrivo il desiderio di vivere la missione in maniera più piena, scoprendone le difficoltà, sentendone il peso e così crescere anche come persona». L’attesa era per l’Africa ed invece è arrivata l’Asia.
«Tra tutte le missioni nel mondo, quella che più mi spaventava e non avrei desiderato era proprio quella di Bangkok – spiega con grande sincerità – Mi spaventava il tipo di attività che vengono svolte nelle baraccopoli e la difficoltà della lingua. Questa destinazione inaspettata ha messo alla prova il mio desiderio di partire». Perché partire allora? «Avevo perso il senso di quello che stavo facendo e avevo voglia di dare un significato nuovo a tutto ciò che facevo nella mia quotidianità – aggiunge Lucia – Mi sembrava la giusta occasione per allontanarmi un po’ dalle mie abitudini e guardare le cose in maniera più oggettiva, ma allo stesso tempo avere la possibilità di dedicare un periodo della mia vita a qualcuno». A distanza di qualche mese dall’arrivo in Asia, lo sguardo di questa giovane vicentina è già cambiato, tanto che ora le visite alle baraccopoli sono attività che ama e si sente più sicura lì che nelle metropoli europee. «Avevo un’idea molto confusa anche riguardo ai luoghi fisici in cui avrei vissuto, soprattutto le baraccopoli. Immaginavo un ambiente molto più pericoloso e violento, in cui avrei avuto paura di camminare. Si tratta invece di un ambiente assolutamente tranquillo, in cui non ho nessun disagio a camminare da sola, anzi».
Eppure la titubanza iniziale per la destinazione ed il primo impatto l’hanno messa a dura prova: «Non mi sentivo assolutamente la persona giusta per incontrare anziani e malati, per di più in quelle condizioni estreme, ed era uno dei motivi principali per cui non avrei voluto questa missione». La prima mattina di lavoro nelle baraccopoli le paure di Lucia sono state confermate perché, con altri volontari, ha lavato com’era possibile una donna con disabilità grave: «Dopo la prima giornata ero disperata e sarei voluta tornare anticipatamente. Dopo qualche giorno, invece, fare le visite nelle baraccopoli è diventata la mia attività preferita», afferma sorridendo. In effetti, lei stessa ammette che, per quanto ci si prepari all’esperienza missionaria, non si è mai veramente pronti perché non si può sapere cosa si vivrà. Serve, probabilmente, prepararsi più interiormente che in altri modi. Poi la missione arriva, con tutte le sue potenzialità e le sue fatiche. Nemmeno la lingua è un vero problema perché s’impara a capire e a farsi capire in tanti modi. L’impegno di Lucia per questo anno di missione, oltre alle visite nelle baraccopoli, è anche quello di insegnare inglese ai ragazzini. Due aspetti la colpiscono molto: la grande vicinanza tra lusso e povertà estremi, e la convivenza tra diverse religioni. Insegnamenti che porterà a casa, quando rientrerà in Italia.
Naike Monique Borgo
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