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L’Odissea di Christopher Nolan: perché il film dell’estate 2026 conquista milioni di spettatori

A tre settimane dall'uscita, L'Odissea di Christopher Nolan continua a dominare il botteghino. Oltre il successo del kolossal, il film rilancia l'attualità del poema di Omero e del viaggio di Ulisse come metafora della condizione umana.

6 Agosto 2026
in Liberamente, In primo piano
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L’Odissea di Christopher Nolan: perché il film dell’estate 2026 conquista milioni di spettatori

Ormai a tre settimane dalla sua uscita, l’Odissea di Christopher Nolan continua a riempire le sale cinematografiche di tutto il mondo, anche in un paese come il nostro in cui di solito l’estate è un periodo di calma piatta per il cinema.

Sarà anche la prospettiva di trovare refrigerio dal grande caldo di questi giorni o la poca concorrenza tra i film in programmazione (il duello si gioca solo con l’ultimo Spider-Man), ma il nuovo colossal con Matt Damon, Tom Holland, Anne Hathaway (rispettivamente nei panni di Ulisse, Telemaco e Penelope) ha già portato al cinema quasi cinque milioni di italiani e il fenomeno non accenna a diminuire. Coppie, intere famiglie, compagnie di amici, tra cui davvero tanti e tanti ragazzi e giovani, anche chi magari al cinema non ci va mai… tutti in fila al botteghino per quello che sembra essere diventato il rito collettivo dell’estate 2026. Un po’ come accadde nel 1968, quando mezza Italia restò incollata al piccolo schermo per seguire le otto puntate della “mitica” Odissea di Franco Rossi con la consulenza di, nientepopodimeno che, Giuseppe Ungaretti. Ma viene allora il sospetto che il successo in realtà non sia tanto dovuto ai registi, agli attori o agli effetti speciali (peraltro piuttosto morigerati nella versione di Nolan), quanto al soggetto in sé, alla forza dell’epica, alla sua capacità di rinnovarsi e ridirsi nel tempo come racconto archetipo per l’uomo di ogni tempo.

L’Odissea parla in fondo di noi, di ciascuno di noi, delle nostre paure, del nostro desiderio e al contempo della nostra fatica di ritornare a casa, di ritrovare il nostro posto sotto questo Cielo. Il viaggio, quello per mare in particolare, resta in fondo una delle metafore più efficaci per descrivere la nostra vita. Una navigazione che avviene a volte su acque placide, più spesso soggetta a turbolenze, popolata di incontri e soggetta a incidenti, imprevisti e traversie. Non un percorso lineare, ma contorto, come spesso lo sono il nostro cuore e le nostre relazioni. Io sono Ulisse, tu sei Ulisse, tutti siamo – almeno un po’ – Ulisse.

Un Ulisse, quello di Nolan, molto moderno, forse un po’ troppo psicoanalitico, caratterizzato da grandi inquietudini interiori, in cui la perdita della memoria che lo trattiene per sette lunghi anni nell’isola di Calipso risulta conseguenza dei traumi della guerra e di un senso di colpa profondo che lo tormenta. Sua è stata l’idea del famoso cavallo, ma i suoi poi, una volta entrati nella città così a lungo assediata, non si sono limitati a conquistarla, l’hanno saccheggiata e distrutta, profanandone le donne e i templi. La distruzione di Troia viene presentata nel film di Nolan non solo come l’esito di una guerra sanguinosa, ma come la fine di un’intera civiltà, l’inizio di un tempo oscuro di violenza e di barbarie di cui Ulisse si sente responsabile. Ma Nolan (che secondo alcuni, dovendo confrontarsi con un così grande classico, non avrebbe dato in realtà il meglio di sé) restituisce dignità e spessore anche a figure spesso rimaste nell’ombra, come quelle di Penelope e di Telemaco, non solo “moglie” e “figlio” devoti, ma personaggi dotati di una volontà propria e con un loro personalissimo e altrettanto arduo viaggio da compiere. L’Odissea è anche la loro storia.

Qualcuno ha notato che a scomparire nel film di Nolan sono, invece, le divinità, senza le quali nulla accadeva nel poema omerico. Ed effettivamente gli dei, più che bizzosi e incostanti, nel colossal americano paiono proprio assenti o quantomeno indifferenti. Oltre che psicologicamente tormentato l’Ulisse di Nolan pare quasi agnostico in materia religiosa. Eppure la “legge di Zeus” sull’ospitalità, così simile a tanti insegnamenti biblici e alla regola d’oro presente praticamente in tutte le grandi religioni (“tratta gli altri come vorresti essere trattato tu”), viene evocata nel film a ogni piè sospinto e il suo mancato rispetto indicato come il chiaro indice di una barbarie che avanza. Una riduzione della religione all’etica che appartiene al nostro tempo e dunque non ad Omero, ma alla sua rilettura per l’uomo di oggi.

Ad ogni modo l’Odissea di Nolan avvince toccando corde profonde e temi di grande attualità. Tiene ben ancorati alla poltrona davanti allo schermo per due ore e 53 minuti, un po’ facendo leva sui ricordi di scuola (Polifemo, Circe, Scilla e Cariddi, i Proci e il fedele cane Argo che sempre strappa una lacrima…) e un po’ portandoti, come suggerisce Calipso ad Ulisse nella scena centrale del film, a “smettere di combattere, a rinunciare al controllo e a vivere”, senza più opporre resistenze, quella parte di viaggio che ancora ti resta da compiere.

Alessio Graziani

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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