La nutria è ormai parte del paesaggio quotidiano. Si vede sbucare tra l’erba, muoversi lenta lungo gli argini e nuotare nei corsi d’acqua. Una presenza diventata familiare che però crea delle criticità. Questo roditore, originario del Sud America e introdotto in Italia per l’allevamento da pelliccia, oggi vive stabilmente anche nel territorio vicentino: «Una presenza copiosa che, scavando le proprie tane negli argini, li indebolisce», spiega il comandante della polizia provinciale Gianluigi Mazzucco «questi vuoti poi cedono, con rischi anche gravi per la sicurezza delle persone e per la tenuta idraulica. Creano anche danni alle coltivazioni, dato che è un animale erbivoro».
CENSIMENTO IMPOSSIBILE
Quantificare il fenomeno non è semplice: «Un censimento non esiste», chiarisce Mazzucco. I dati disponibili nel Vicentino riguardano solamente gli abbattimenti: dai 372 capi del 2023 ai 911 del 2024 fino ai 1.650 del 2025. Numeri in crescita: «Aumentano sia gli abbattimenti sia la presenza dell’animale », osserva il comandante. Le operazioni coinvolgono la Polizia Provinciale e i volontari abilitati. Questi ultimi ricevono incentivi economici per ogni capo e per ogni uscita, con ulteriori interventi sostenuti da 97 mila euro di fondi regionali. L’obiettivo infatti è il contenimento dell’animale tramite uccisione: «La nutria non si può eradicare, si può solo mantenere la popolazione sotto una certa soglia», continua il comandante.
STRUMENTI DIVERSI
Una problematica di gestione ambientale e di convivenza uomo-animale che però si deve confrontare con una sensibilità pubblica in evoluzione, che si chiede se il problema può essere affrontato anche con strumenti diversi. Secondo il biologo ed esperto della specie Samuele Venturini, che da anni si occupa di gestione faunistica, il nodo non è solo contenere, ma capire come farlo in modo efficace nel tempo. «Il problema esiste – chiarisce – ma bisogna interrogarsi sui metodi». L’abbattimento, infatti, ampiamente utilizzato perché dà risultati immediati e visibili, rischia di produrre effetti opposti nel medio periodo. «Quando si crea un forte disturbo, gli animali sopravvissuti si spostano, cambiano comportamento e diventano più difficili da intercettare. Ma soprattutto si attiva una risposta biologica». È qui che entra in gioco un meccanismo meno noto: la nutria, in condizioni normali, regola la propria riproduzione in base alle risorse disponibili. In presenza di spazio limitato e poco cibo può ridurre naturalmente il numero di piccoli. «Se però si interviene con abbattimenti, liberando spazio e creando stress, la risposta è l’opposto: aumentano i nati, si anticipa la maturità sessuale e la popolazione cresce più velocemente». Non solo: gli individui si disperdono in nuove aree, portando il problema anche dove prima non c’era. Da qui l’idea di agire in modo diverso, intervenendo non solo sulla mortalità, ma anche su natalità, comportamento e ambiente.
Una prima strada è la sterilizzazione chirurgica, già applicata in contesti circoscritti come parchi, giardini e aree recintate. «Funziona perché blocca la riproduzione senza eliminare gli animali – spiega Venturini -. Inoltre gli individui sterilizzati continuano a difendere il territorio, impedendo l’ingresso di altri esemplari fertili». Il risultato, nel tempo, è una riduzione progressiva della popolazione. Il costo iniziale è più elevato rispetto all’abbattimento, ma si tratta di un intervento una tantum, con effetti che si distribuiscono negli anni. Esperienze come quella di Sesto San Giovanni, nel Milanese, mostrano come questo approccio possa dare risultati concreti, se accompagnato da un monitoraggio costante.
DISSUASIONE
Accanto alla sterilizzazione, c’è la dissuasione. «Abbiamo testato dispositivi a ultrasuoni che disturbano i roditori e li spingono ad allontanarsi dai luoghi antropizzati». Una soluzione utile soprattutto in ambito agricolo o privato, dove l’obiettivo è proteggere aree specifiche. In questo caso non si elimina la presenza della specie, ma la si sposta verso contesti meno sensibili, dove l’impatto è minore. Il terzo livello riguarda la gestione degli habitat. «Molto dipende da come teniamo gli argini», osserva Venturini.
INCOLTO FUNZIONALE
«Se eliminiamo tutta la vegetazione, la nutria scava di più e si avvicina ai campi. Se invece lasciamo radici, arbusti e alberi, tende a restare vicino all’acqua». Da qui la proposta dell’incolto funzionale: lasciare una fascia di vegetazione spontanea tra canale e coltivazione. Uno spazio che riduce il rischio per i mezzi agricoli, limita il contatto diretto con le colture e favorisce la presenza di predatori naturali. In parallelo, si possono adottare soluzioni di ingegneria ambientale, come le reti anti-nutria, per proteggere i tratti più fragili.
Non si tratta di negare il problema, ma di affrontarlo anche con strumenti diversi e integrati, non solo con quelli oggi prevalenti. «Le alternative esistono» conclude Venturini «e vanno affiancate e sostenute nel tempo».
Se i dati mostrano che gli abbattimenti, da soli, non portano a una riduzione stabile della specie, la domanda diventa inevitabile: perché non iniziare a sperimentare anche altre strade, costruendo una gestione più efficace e più lungimirante?
Giada Zandonà
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