Era rimasto per alcuni mesi tra i libri da leggere impilati sul comodino. Me lo aveva regalato a Natale Roberta, una volontaria di Radio Oreb. Mi ha fatto compagnia negli ultimi giorni della Quaresima e si è rivelata una lettura pasquale, piena di vita, di luce, di speranza.
Alzarsi all’alba di Mario Calabresi, già direttore de La Stampa e di Repubblica, è un libro sorprendente, autentico, che profuma – nella sua laicità – di Vangelo. È un libro che racconta storie vere, un mosaico di volti e di vite le cui tessere sono state pazientemente raccolte in quasi dieci anni di incontri e interviste e che ci riconsegna ora il lessico e il valore di una parola spesso oggi volentieri evitata: fatica.
«Viviamo nel tempo della comodità – scrive l’autore – dove ogni cosa è studiata per sembrarci facile. Ci siamo illusi che ogni traguardo possa essere raggiunto con il minimo sforzo, che le scorciatoie siano le vie da preferire e che la velocità sia un sinonimo del successo. Eppure, per milioni di persone la fatica non è solo una compagna quotidiana, è una cifra essenziale dell’esistenza, figlia del senso del dovere, della responsabilità, della pazienza, dell’amore per i propri cari o della passione per la propria professione».
L’illusione sciagurata che si possa vivere, amare, lavorare senza fare fatica ha portato molti genitori ed educatori a fare in modo che alle nuove generazioni la fatica fosse evitata. Tutti ci siamo abituati a cercare di rifuggirla, dimenticandoci che invece è proprio la fatica che siamo disposti a fare, quella che mettiamo dentro alle cose di ogni giorno, il motore della vita: ciò che ci permette di andare avanti e, al contempo, di restare collegati con la realtà, con le nostre emozioni, con le nostre radici.
«Fare fatica è la garanzia – dice ancora Calabresi – che le cose che facciamo ci resteranno dentro, ce le ricorderemo, diventeranno esperienza feconda».
Senza fatica, non resta nulla. Senza fare fatica si perde la memoria, il senso e il gusto della vita.
Mosso da questa convinzione, Alzarsi all’alba racconta storie di gente comune che, un po’ per scelta e un po’ per necessità (perché nella vita non siamo mai del tutto liberi), continua ad alzarsi presto la mattina, a fare lavori pesanti, a prendersi cura senza sosta di quel pezzetto di mondo di cui sente di essere responsabile.
Sono le storie di un marito che da venticinque anni si prende cura della moglie gravemente malata; di un papà che corre ultramaratone perché così sente ancora vicina la figlia che ha perduto; di una donna che a 89 anni ogni mattina porta i fiori al marito e pulisce i bagni del cimitero perché tutti li trovino accoglienti.
E ancora: un musicista tornato al vigneto di famiglia perché i sacrifici del padre non andassero sprecati; una restauratrice che, con pazienza infinita, salva capolavori dall’oblio; la giovane Veronica, atleta paralimpica che è riuscita in ciò che tutti le dicevano impossibile.
Ma il libro è anche un riconoscimento a quel “plotone” di persone anonime e spesso invisibili, che ogni giorno si svegliano quando fuori è ancora buio per andare a lavorare e far funzionare il mondo.
Tra coloro che si alzano all’alba, alle prime luci del giorno nuovo, ci sono nel Vangelo anche le donne che la mattina di Pasqua corsero al sepolcro. A memoria di quell’incontro mattutino, i cattolici filippini si ritrovano tradizionalmente a celebrare la Risurrezione del Signore attorno alle sei del mattino.
Gente abituata ad alzarsi presto e che non ha paura di farlo anche in un giorno festivo. Spinta da una fede che impedisce di indugiare troppo sotto le coperte.
Perché se è vero che vivere spesso è faticoso e che la fatica è benedetta e abitata da Dio, è altrettanto vero che «quelli che sperano nel Signore acquistano nuove forze, si alzano in volo come aquile, corrono e non si stancano, camminano e non si affaticano» (Isaia 40,31) e che Dio ha ribaltato quella pietra da cui nessuno sforzo umano, da solo, avrebbe mai potuto liberarci.
Buona Pasqua! Soprattutto a chi fa fatica.
Alessio Graziani, donalessio@lavocedeiberici.it
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