Quella che descrive il mondo di preadolescenti e adolescenti è spesso una «narrazione tossica e polarizzante e comunque auto consolatoria per gli adulti che non sanno come porsi di fronte a una società molto complessa e intrisa di contraddizioni».
Marco Lo Giudice è il vicepresidente di Adelante, cooperativa sociale bassanese con una lunga esperienza nel campo degli interventi educativi rivolti a ragazzi e ragazze. Lo Giudice sarà uno dei relatori che interverranno nel ciclo di incontri intitolato “Ci conoscete davvero? – Preadolescenza, un universo da esplorare”, organizzato dal Centro culturale San Paolo e dall’Ufficio diocesano per l’evangelizzazione e la catechesi.

È possibile scattare una “fotografia” dei preadolescenti di oggi?
«È molto difficile perché oggi ci si polarizza su tutto, specialmente sulle giovani generazioni. I ragazzi e le ragazze di oggi sono portatori di istanze di cui spesso non sono consapevoli e che il mondo adulto non si sforza di comprendere. Così su di loro si scaricano luoghi comuni colpevolizzanti, come avvenuto dopo la tragedia di Cras-Montana: “Sono sempre attaccati al telefono”. È quello che lo psicologo e psicoterapeuta Matteo Lencini chiama “bullismo degli adulti”».
Quali sono allora le caratteristiche dei giovanissimi da osservare con uno sguardo diverso?
«I temi del rischio, del vuoto di significato espresso anche negli episodi di violenza tra pari, di un rapporto con la socialità diverso rispetto a un tempo, sono temi che esistono. Dall’altra parte, però, stiamo osservando che l’abitudine a parlare costruita nel tempo da generazioni di adulti più giovani ha fatto crescere ragazzi desiderosi di ascolto e maggiormente sensibili su questo tema. Siamo di fronte a generazioni che hanno una sensibilità decisamente più profonda e acuta, capaci di guardare in profondità dentro di se’. Le compagnie di amici sono più sparute ma le relazioni sono più profonde».
Quello del “disagio” è un’altra delle etichette che si utilizzano spesso, parlando di preadolescenti.
«In una recente indagine fatta sui ragazzi che frequentano le scuole medie è emerso che più crescono e più cresce il malessere nei confronti delle istituzioni. Sembra una banalità, ma se la si legge in modo approfondito, il malessere è un’attestazione del fatto che il cervello sta crescendo, esprime bisogni più complessi, sviluppa pensiero critico, ma non trova adulti capaci di seguire questo processo di crescita. Poi c’è un altro grande tema che deve farci riflettere ».
Quale?
«Quello della prestazione. Durante un’attività svolta con i genitori dei ragazzi di una squadra di calcio, abbiamo riflettuto sulle paure che i loro figli esprimono. Una paura tipica è quella di non divertirsi. Anche il divertimento, dunque, è visto in un’ottica di prestazione, di inadeguatezza al contesto. È la paura di non riuscire ad abbandonarsi, a lasciarsi andare».
Come approcciare, dunque, il tema dello smartphone e del digitale, con annessi e connessi?
«Faccio fatica a stare con chi demonizza lo smartphone. Preferisco gli approcci media-education, che aiutano a sviluppare un pensiero critico sul digitale e le sue sfaccettature e sullo stare insieme. Al centro deve sempre esserci la libertà di ascoltarsi, di fare domande e non avere timore, di stare l’uno fianco all’altro, di fare insieme. Nei contesti in cui operiamo, raramente i ragazzi ci chiedono “fate fare a noi le cose”. Non domandano uno spazio generazionale esclusivo. C’è invece un grande desiderio di fare insieme. Questo nel digitale è fondamentale. Pensiamo all’intelligenza artificiale: siamo tutti, giovani, adulti, bambini, completamente sguarniti di fronte al cambiamento che sta portando».
Un consiglio da dare a genitori ed educatori?
«Bisogna evitare lo slogan “dipende da te”. Quel tipo di prevenzione oggi con i ragazzi è terribile: aumenta l’ansia e in realtà non dipende tutto da loro. Dipende da noi, da un contesto di comunità, socio-politico. Non possiamo non connettere le cose, non possiamo ignorare il fatto che uno smartphone è prodotto da una big-corp che costruisce quel dispositivo perché ci restiamo appiccicati. Il problema del turbo-capitalismo esiste: vogliamo scaricarlo tutto sulle spalle di un ragazzino che usa lo smartphone?».
Andrea Frison
Gli incontri: Un mondo da esplorare
“Ci conoscete davvero?” è il titolo scelto per i tre incontri dedicati all’esplorazione dell’universo della preadolescente, organizzati dal Centro culturale San Paolo di Vicenza e dall’ufficio diocesano per l’evangelizzazione e la catechesi. Il primo appuntamento, intitolato “Guardami” è in programma mercoledì 11 febbraio alle 20.30 con Arianna Prevedello. “Stare bene onlife” è invece l’argomento che affronterà Marco Lo Giudice mercoledì 25 febbraio alle 20.30, mentre la storia di Myriam di Nazareth sarà al centro della serata “Perché proprio a me?” con la biblista Cristina Frescura mercoledì 11 marzo, sempre alle 20.30. Tutti gli incontri si svolgeranno al Centro culturale San Paolo di Vicenza, viale Ferrarin 30. Gli incontri sono rivolti ad educatori, insegnanti e catechisti.
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