Dalle cave del Vicentino alle grotte della Luna. Il basalto della cava Bertocchi, tra Nogarole Vicentino e San Pietro Mussolino, contribuirà alla preparazione di una futura missione spaziale europea destinata a esplorare gli enormi cunicoli che si estendono sotto la superficie lunare.
È qui che è stata sperimentata DaedalusCam, una speciale camera progettata per osservare l’interno delle grotte e ricostruirlo in tre dimensioni. Il prototipo è stato montato su un drone e fatto volare sopra la cava, scelta perché le sue rocce presentano caratteristiche simili a quelle che lo strumento incontrerà sulla Luna. A occuparsi della ricostruzione tridimensionale delle immagini è Emanuele Simioni, ricercatore veneziano dell’Istituto nazionale di astrofisica di Padova.
«Il mio lavoro consiste nel ricavare modelli tridimensionali dalle immagini», spiega. DaedalusCam è formata da quattro camere capaci di guardare in altrettante direzioni e di acquisire immagini non soltanto a 360 gradi, ma anche oltre l’orizzonte visibile dalle comuni camere fisheye. «Entreremo in una grotta lunare, acquisiremo le immagini e da queste ricaveremo un modello tridimensionale, un po’ come fanno i nostri occhi. Grazie alla visione stereoscopica, il cervello mette insieme le immagini provenienti dai due occhi e percepisce la profondità. Nel caso avremo quattro camere per ricostruire l’intero ambiente».
Le grotte lunari, chiamate lava tube, sono antichi tunnel scavati dalla lava. Dall’alto ne sono visibili soltanto gli ingressi, ma le osservazioni delle missioni spaziali hanno dimostrato che potrebbero estendersi per decine di chilometri nel sottosuolo. Potrebbero offrire un ambiente più sicuro anche per eventuali insediamenti umani. «Costruire strutture sulla superficie significa esporle a variazioni di temperatura molto elevate, meteoriti, raggi cosmici e radiazioni. Nei lava tube, invece, la roccia offre protezione e la temperatura rimane più costante».
L’idea della missione è nata nel 2019 con la vittoria di SysNova, un bando dell’Agenzia spaziale europea. Daedalus ha riunito due progetti fondati sull’impiego di un robot sferico, che sarà calato con un cavo dentro una grotta lunare e durante la discesa acquisirà le immagini necessarie a ricostruire l’ambiente. Da questa missione è nata DaedalusCam, progetto dell’Inaf e dell’Agenzia spaziale italiana guidato da Planetek Italia.
Prima di inviare la tecnologia nello spazio è però necessario metterla alla prova sulla Terra. Un primo test era stato condotto a Lanzarote utilizzando una sola camera. Per sperimentare il sistema completo serviva un luogo con rocce il più possibile simili a quelle lunari. La scelta è così caduta sulla cava vicentina. «Sulla Luna troviamo rocce magmatiche. Il basalto della cava ha un’albedo, cioè una capacità di riflettere la luce, e un colore adatti a riprodurre le condizioni che la camera incontrerà durante la missione».
La sperimentazione è durata due giorni. Il primo è stato dedicato allo studio dei movimenti del drone e dell’illuminazione, decisiva per ottenere immagini utilizzabili. Nel secondo, con la collaborazione dell’azienda Vaccari, il gruppo ha effettuato le riprese in tre punti della cava. «Le condizioni erano differenti da quelle di una grotta, perché eravamo esposti alla luce del Sole. Le immagini sono state però riunite e abbiamo già ottenuto un modello tridimensionale. Ora dobbiamo completarlo aggiungendo quelle ad alta risoluzione».
Il lavoro proseguirà sul software e sulla calibrazione delle camere. Nuove prove nel Vicentino non sono escluse: l’evoluzione delle lenti e dei filtri potrebbe rendere necessario tornare nella cava e confrontare i risultati.
Per il viaggio di Daedalus verso la Luna, invece, bisognerà attendere. Inizialmente si era parlato del 2033, ma l’Esa non ha ancora stabilito una data. «Sono progetti che possono durare anche dieci o vent’anni. Quando riusciremo ad avere le immagini delle grotte lunari sarà un momento particolarmente emozionante». Un traguardo al quale avrà contribuito anche il Vicentino.
Giada Zandonà
© RIPRODUZIONE RISERVATA



