La serva di Dio Bertilla Antoniazzi fu esempio di accettazione della volontà di Dio.
Sabato 17 ottobre scorso è stato celebrato l’anniversario della Serva di Dio Bertilla Antoniazzi che continua ad essere per molti vicentini un riferimento spirituale e un modello di santità Bertilla Antoniazzi, a diciassette anni, scriveva a un’amica: “Cara Graziella, immagina di vedermi su un letto in una stanzetta con la finestra aperta a guardare la natura risvegliata, le piante verdi con le belle ciliegie rosse nascoste tra le foglie e ad ascoltare il cinguettio degli uccelli, il rumore delle macchine. Non puoi immaginare la voglia che mi viene in certi momenti di andare fuori. Ma pazienza.”
È un’esperienza che abbiamo vissuto anche noi. Nata nel 1944 a San Pietro Mussolino, a otto anni si è ammalata di endocardite reumatica e ha vissuto la fanciullezza alternando momenti di serenità ad altri di sofferenza. Dopo i sedici anni si è aggravata e si è spenta a vent’anni, il 22 ottobre 1964.
Viene spontaneo pensare che ebbe una vita sfortunata, invece un sacerdote che la conobbe negli ultimi mesi, disse che era una giovane felice, veramente felice. Nella sua breve esperienza di vita Bertilla era riuscita ad avvertire che Dio è vicino a chi soffre, tanto da scrivere a un cugino malato: “Offriamo a Dio i nostri dolori e i nostri desideri, per la salvezza delle anime. Noi siamo anime predilette da Dio. Egli ci ama tanto, vuole che soffriamo insieme a Lui per poi far parte della sua gloria.” Il vescovo di Vicenza, Beniamino Pizziol, negli auguri di Pasqua del 2017 ha ribadito il concetto che ogni cristiano può e deve tendere alla santità e ha parlato di Bertilla: “Lei stessa diceva che il Signore l’aveva chiamata per fare il “lavoro dell’ammalata” e coloro che l’hanno conosciuta dicono che era in grado di dare coraggio alle persone che stavano in ospedale con lei e che sapeva suscitare il sorriso anche nelle situazioni più difficili”.
Don Dino Signori, all’epoca parroco di S. Agostino a Vicenza, dove Bertilla ha abitato negli ultimi anni di vita, testimoniò: «Ho di Bertilla un ricordo tanto buono per la sua adesione alla volontà del Signore. Ha saputo trasfigurare la sua croce in una continua offerta per le intenzioni più preziose: la chiesa, il Papa, i sacerdoti e le missioni, i poveri peccatori, la pace …».
Nata in una famiglia e in una comunità in cui la vita era stimata come un dono di Dio e a Lui si dovevano riconoscenza e amore, Bertilla ne ha assorbito l’importanza della preghiera, elemento che ha caratterizzato la sua spiritualità. A dieci anni, non potendo andare a scuola, chiusa nella sua cameretta, trascriveva le preghiere su fogli riuniti a forma di quaderno, indicando le intenzioni per chi pregava o offriva la sua sofferenza di malata. Ha instaurato così un dialogo con Gesù che è diventato presto il suo “amico del cuore”. Scriveva in una lettera: “Mia mamma e mio fratello sono a lavorare nei campi e io sono qui con Gesù e Maria” e lasciava capire che nei momenti difficili sentire Dio vicino a noi dà serenità.
Negli ultimi anni si immergeva nella realtà di Dio tanto che un’amica che le fu vicina in ospedale, ha testimoniato: “Sono rimasta molto impressionata per l’intensità della sua preghiera. Pregava molto. Durante il giorno, molte volte la vedevo con il libro delle preghiere in mano, estranea a quanto la circondava’.
Altro insegnamento che Bertilla ci ha lasciato è l’accettazione piena della volontà di Dio. La natura le aveva causato la malattia, ma Dio aveva predisposto per lei un piano di vita: “Sono certa che il buon Dio dispone tutto per il meglio dell’anima nostra e lo dobbiamo ringraziare qualunque cosa accada, perché noi non comprendiamo i disegni divini.” In questa visione la sofferenza acquista un senso ben preciso: “Cara Graziella, sono contenta di fare la volontà di Dio; se Lui vuole che faccia il lavoro dell’ammalata, lo faccio volentieri anche se qualche volta è molto duro e difficile e mi scoraggio, ma poi mi riprendo’.
Per lei “il lavoro dell’ammalata” signifi cava avere il volto sempre sereno con chi le si accostava, la preghiera per le persone che soffrivano la mancanza d’amore, le lettere che scriveva alle amiche e ai parenti in cui trasmetteva serenità, speranza e fiducia nella vita. Nella semplicità della sua vita Bertilla testimonia che non si può gioire perché si soffre, ma si può soffrire perché si ama. La gioia diventa allora l’altra faccia del dolore.

