Editoriali

La tragedia del Mottarone e la manutenzione della coscienza

di Nicola Bonvicini e la Presidenza diocesana di Azione cattolica

Lo spaventoso incidente della funivia del Mottarone ci scuote. Sgomenti per una morte che scardina un giorno di festa, siamo addolorati per le 14 vite spezzate, gli affetti familiari sconvolti, sollevati per la sorte del piccolo Eitan. Apprendere di atti ed omissioni deliberate sui sistemi di sicurezza dell’impianto da parte di chi era tenuto ad averne cura, provoca un’indignazione profonda. E la memoria rievoca altre stragi “civili”: il crollo del ponte Morandi, il treno esploso nella stazione di Viareggio, l’incidente della ThyssenKrupp. Il drammatico e necessario corollario di indagini e procedimenti giudiziari deve compiersi. I familiari e noi tutti chiediamo giustizia.

Come credenti ci uniamo al grido silenzioso dei parenti e degli amici. Un grido rivolto anche al “cielo”, dove dimora un Dio che non impedisce a questo mondo di essere terribile, ma che può salvare il suo lato meraviglioso, il sorriso di queste e di tutte le altre vittime che reclamano eternità.

Come cittadini cerchiamo di articolare una riflessione su un aspetto ordinario. Il fatto cioè che gli oggetti, le macchine possono rompersi. Ed inevitabilmente si rompono. Per durare, per funzionare correttamente occorre che le cose siano oggetto di manutenzione. La parola rimanda al mantenere, al conservare un’accettabile garanzia di sicurezza, in particolare quando questi impianti ospitano la preziosa vita di donne, uomini, bambini. La manutenzione ordinaria, fatta di controlli visivi e manuali, procedure, piccole riparazioni. E quella straordinaria, che si esplica in analisi strumentali, calcoli, valutazioni per interventi di sostituzione o dismissione. Atti nati dalle necessità pratiche e dall’intelligenza, nutriti di sapiente laboriosità, frutto pure di un’evoluzione delle leggi volte a tutelare la salute e la sicurezza delle persone.

Ora la manutenzione è opera dell’homo faber, che usa le mani e prima ancora ci mette la testa. Al Mottarone i freni sono stati volontariamente disattivati perché l’impianto non si fermasse. È l’ovvia e cieca forza del guadagno. L’indagine è all’inizio. Al Mottarone come in troppi altri casi alcuni non hanno fatto, non hanno voluto vedere, non hanno avvisato, non hanno deciso. Perché mammona ottunde i sensi, distorce la percezione della realtà, vincola le volontà, spegne l’attenzione.

Simone Weil dice che “l’attenzione è la forma più rara e più pura di magnanimità. A poche anime è dato di scoprire che le cose e gli esseri esistono”. L’etica richiede che il nostro operare sia all’insegna del bene: un lavoro fatto a regola d’arte, rispettoso delle norme, per la crescita dei singoli e della collettività. Ma questo impegno riguarda solo chi lavora? No, riguarda tutti. Noi non siamo assolti, siamo “per sempre coinvolti”, come cantava un altro Faber. L’attenzione è una virtù dell’anima, è accorgersi che le cose e gli esseri esistono, hanno bisogno di cura, di quella manutenzione che può decidere nientemeno della vita. Le macchine, le cose hanno bisogno di un po’ di olio, di un rammendo o di una ristrutturazione. Gli esseri hanno bisogno di uno sguardo, di una telefonata99. A volte è essenziale un richiamo al dovere professionale, o una denuncia all’autorità. Per non fermarci alla sola indignazione, perché siamo capaci di ridurre al minimo tragedie come questa, crediamo che sia necessaria la prima delle manutenzioni, quella della coscienza che sa risvegliare la virtù dell’attenzione.