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La gioia di essere prete (giovane) ha il volto di Mauro Cenzon

Il 26enne di San Bernardino di Camazzole sabato 5 giugno, alle 16, in Cattedrale, viene ordinato sacerdote. Ama lo skateboard, l'Inter e la musica classica. È entrato in seminario a 11 anni.
di Marta Randon

La gioia di essere prete ha il volto di Mauro Cenzon, 26 anni, una passione per lo skateboard, l’Inter e la musica classica, che sabato 5 giugno, alle 16, in Cattedrale a Vicenza è ordinato sacerdote. «Sono un po’ dispiaciuto perché sarò tutto solo, ma felicissimo per il traguardo» racconta una mattina, qualche giorno prima dell’appuntamento. Lo incontriamo nella canonica della parrocchia dell’Araceli dove è in servizio da ottobre. Aiuta il parroco a seguire gli scout, gli animatori, i battesimi e si mmagina che la sua vita da prete sarà «più o meno così, sicuramente tra le gente». Vista la giovane età ci permettiamo di dargli del tu.

Don Mauro con che sentimenti stai arrivando al grande giorno?

«Mi sento bene. Sono tanto contento ed emozionato, un po’ agitato, ma è normale. Sono entrato in seminario minore in prima media, a 11 anni».

Idee chiare fin da subito.

«Ho seguito semplicemente il mio percorso. Fu il mio parroco don Gianfranco Mazzon (mancato di Covid qualche mese fa ndr) a portarmi per la prima volta in seminario. Era frequentato da due ragazzi del mio paese San Bernardino di Camazzole (Carmignano di Brenta). In quarta e quinta elementare ho intrapreso i “Chiamati per nome”, un cammino vocazionale per bambini: una domenica al mese ci trovavamo in Seminario per giocare, condividere attività e piccoli momenti di preghiera. L’ambiente mi ha attirato fin da subito. Mi è sempre piaciuto vivere con i miei compagni di classe. Alle superiori ho deciso di continuare frequentando l’Istituto Farina. In quarta, quinta fu sempre don Gianfranco a spronarmi: “Devi cominiciare seriamente a pensare a quello che vuoi fare da grande. Io presi la mia decisione più o meno alla tua età” mi disse. Scelsi teologia. Don Gianfranco è una figura che mi fatto maturare. Mi ha aperto la via senza sforzarmi. È una grave perdita, mi aveva battezzato, ci univa un legame profondo».

Sabato sei solo in Duomo.

«Un po’ mi dispiace perché ho avuto diverse persone in classe con cui ho condiviso un bel percorso e con le quali avrei voluto arrivare alla fine. Loro per vari motivi si sono fermati, io ho continuato. In prima media eravamo in 14. C’è comunque la gioia di essere arrivato, di iniziare questo cammino nuovo».

Quali sono le esperienze che ti hanno segnato maggiormente e hanno rafforzato la chiamata?

«In quarta e quinta superiore ho prestato servizio in Caritas. Sempre alle superiori, all’istituto Farina, ho dato una mano ai bambini a fare i compiti il pomeriggio. I vari esercizi spirituali sono stati decisivi: ho incontrato tanti preti felici, che mi hanno regalato testimonianze positive. Ma l’esperienza che mi ha segnato di più è sicuramente quella al Villaggio Sos di Vicenza. Tra il 2016 e il 2017 ho vissuto lì nove mesi, condividevo una stanza con i bambini. Sono meravigliosi, regalano tantissimo. Con loro ho imparato a non guardare l’orologio. Prima tendevo a farlo. Mi hanno insegnato a donarmi senza pensare al tempo che scorre. Tutti i bambini, ma in particolare quelli che hanno una situazione familiare difficile alle spalle, hanno bisogno di affetto, di un adulto di riferimento che li accompagni. Li ho aiutati a fare i compiti, li ho accompagni a scuola, alle attività.

Perché hai scelto la strada del sacerdozio?

«Voglio servire la chiesa e Dio donandomi totalmente. Voglio annunciare, essere testimone di Cristo, sento di poterlo fare. Sento che è la mia strada. Amo stare tra la gente, mi piace rapportarmi con persone di ogni età e di tutte le condizioni. Sarò un prete tra la gente come sto facendo qui nella parrocchia di Araceli. Seguo gli scout, gli animatori, i battesimi, incontriamo i genitori».

Diventando prete le rinunce sono tante. Come le affronterai?

«Non potrò avere dei figli biologici, una fidanzata. A volte, soprattutto in passato, ci ho pensato. Inizialmente le ho sentite come rinunce importanti. Ma nel corso del tempo ho capito che posso ricevere 100 volte tanto. Ricordo che il mio padre spirituale, don Matteo Lucetto, ci fece fare un esercizio: da una parte dovevamo scrivere “Perché vorrei diventare prete”, dall’altra “Perché non vorrei diventare prete”. Tutti noi seminaristi abbiamo scritto: “fatico a rinunciare a una fidanzata e a dei figli biologici”.  Alle superiori guardavo soprattutto quello che lasciavo, ora guardo più quello che guadagno, all’arricchimento. Il mio matrimonio è con la Chiesa e sono felice».