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Home Editoriali

Con la scuola in presenza vive la comunità

17 Gennaio 2022
in Editoriali
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Un amico impegnato nel settore della moda recentemente ha osservato che uno degli effetti della pandemia è il cambio delle abitudini di molte persone. Lui si riferiva al settore della moda, ma l’indicazione può essere assunta come criterio di lettura di quanto stiamo vivendo, consapevoli che comunque le abitudini, almeno in parte, si scelgono e dipendono in qualche misura anche da noi e che possono essere orientate anche dalle scelte della politica.
In questo senso è illuminante una considerazione di Aldo Grasso sul Corriere della Sera di martedì scorso quando commentando il film “Don’t Look up”, indica un “danno forse irreparabile” provocato dal Covid: “Ha distrutto la mitologia del buio della sala, della condivisione, del sentirsi comunità (anche se il vicino è noioso, invadente e tossisce). I film si possono vedere tranquillamente da casa: seguirà dibattito sui social”.
L’immagine della sala del cinema è un’efficace metafora anche del nostro abitare e “alimentare” la comunità. Come in molti hanno deciso di guardarsi i film dal divano di casa rinunciando al fascino del buio in sala (una nuova abitudine), così molti si stanno progressivamente ritirando nelle proprie case, riducendo al minimo i rapporti sociali, rinviando sine die cene, incontri, festeggiamenti per compleanni o anniversari, continuando a seguire la messa in tv, magari mentre si prepara il pranzo. Le riunioni sono rinviate a data da definirsi e nel frattempo qualche gruppo non esiste già più.
La comunità non è qualcosa di dato a priori come invece lo è lo stare tra le persone. In stazione aspetto il treno con altre persone che non ho scelto, ma il fare comunità è invece una scelta consapevole ed esplicita. Oggi più che mai. E la pandemia ci ha ricordato che la comunità per chiamarsi tale ha bisogno di vicinanza fisica (anche con la tosse del vicino al cinema), scambio frequente e materiale di cose, parole, sguardi, spostamenti, incontri. Lo schermo del mondo digitale può servire come momentaneo succedaneo ma, solo con esso, non c’è comunità degna di tale nome.
La scelta del governo Draghi di spingere per il ritorno della scuola in presenza rappresenta così una decisione di grande significato e coraggio che tutela innanzitutto i giovani e i giovanissimi. Conosciamo i danni di settimane di Dad e ciò nonostante in tanti (troppi) ancora la chiedevano a gran voce e conosciamo le diseguaglianze che (come Draghi ha ricordato) la Dad causa. Tale scelta inoltre tutela la comunità stessa perché “alimenta” la sana abitudine di ragazzi e giovani di viverla come dimensione ordinaria ed essenziale della propria vita.
Certo, la situazione pandemica permane complicata e critica, ma come ha spiegato il Presidente del Consiglio siamo in una fase nuova, dove la stessa esperienza comunitaria va preservata. In tale prospettiva occorre continuare a essere responsabili e prudenti, sostenendo convintamente la vaccinazione e promuovendo tutti i comportamenti necessari, ma nello stesso tempo, occorre fare tutto quello che è ammesso, senza rinchiudersi anzitempo dentro casa, magari dietro a un monitor del pc, nella convinzione che la comunità è elemento imprenscindibile della nostra umanità.
A tale riguardo non si può non pensare alle nostre comunità ecclesiali che in questo dovrebbero sentire una responsabilità particolare nel contribuire a tenere viva l’esperienza comunitaria, “contagiando” (questa volta è un bene) magari anche la comunità civile.

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