Attraversare il deserto, poi un Paese più somigliante ad un grande campo di prigionia che non ad uno Stato. Quindi imbarcarsi in mare, per “approdare” infine in qualche modo a Vicenza, un posto lontanissimo dal punto di partenza. E sentirsi, in tutto questo, sorpresi delle domande di chi vuole sapere: come è successo, se hanno avuto paura, quando sono partiti, come hanno trovato da mangiare, che avversità hanno dovuto affrontare. «Questi ragazzi sono più abituati a vivere le cose che a raccontarle… Erano straniti dalla curiosità. L’urgenza era mia» sorride Cristiana Venturi, autrice di “Strade rotte. Settemila chilometri in ciabatte dall’Africa occidentale all’Italia”. Il volume, edito da Infinito edizioni, racconta appunto la storia di due ragazzi fra i 15 e i 16 anni che partono dai loro villaggi, in Gambia, e in qualche modo arrivano qui. E non solo: nel racconto c’è anche l’esperienza di una famiglia, quella vicentina di Cristiana, che questi due giovani nel 2016 li ha accolti, ospitati per circa due anni e accompagnati ad una vita “normale” e autonoma nell’ambito di uno di quei programmi di “microaccoglienza” che all’epoca godevano ancora di un finanziamento governativo. E che funzionavano.
Cristiana, lei presenterà il suo libro il prossimo 13 febbraio a Schio al teatro delle Canossiane. Perché questa scelta?
«Sono cresciuta a Schio, da genitori emigrati in Veneto dalla Puglia. Di professione sono educatrice in una comunità residenziale nell’ambito della disabilità: da molto tempo vivo a Vicenza, il libro nasce da un’esperienza che ho fatto 10 anni fa. Ho incontrato Lamin e Sire così: loro non si conoscevano, pur se connazionali, si sono incontrati qui in Italia. Li abbiamo accolti nell’ambito di una progettualità che c’era con la legislazione di quel periodo: piccole accoglienze “diffuse” all’interno di famiglie, con una cooperativa – Idea Nostra, in quel caso – a fare da coordinamento e a rispondere alle varie necessità. Era un modello che funzionava, grazie al radicamento nel territorio e ai numeri modesti, alternativo ai grandi centri e alle “fabbriche dell’accoglienza”. Il presupposto era che chi veniva ospitato era una persona: come tale andava trattato, ascoltato, preso in considerazione nei bisogni e in quello che gli si poteva offrire, dalla lingua allo studio, al lavoro, al costruirsi una propria identità. Per noi è stata una grande opportunità ».
In che modo questa esperienza è stata positiva per la sua famiglia e perché ha voluto scriverne?
«Le esperienze delle persone sono, possono essere dei bagagli condivisi e collettivi. Ho voluto dare loro voce perché io non conoscevo l’Africa e non conoscevo questo modo di viaggiare, le rotte dei migranti in un mondo distorto, gestito da persone con molti interessi e pochi scrupoli. Ma comunque un mondo da conoscere in modo dettagliato. Ho raccolto la loro testimonianza con calma: in primis, un po’ c’era l’ inghippo della lingua».
Come è andata l’accoglienza, all’inizio?
«Sono cresciuti nella lingua insieme a noi e il nostro intendersi è aumentato nel tempo. Loro parlavano inglese, ma un inglese colorito dall’accento africano. Noi abbiamo imparato un po’ l’inglese, con cui avevamo difficoltà, mentre loro sono stati molto svelti ad acquisire l’italiano. Anche grazie alla scuola di italiano e alle altre attività, mediate dagli operatori della cooperativa».
Le hanno raccontato del loro viaggio?
«Sì, ma senza l’urgenza di raccontare. Non erano particolarmente desiderosi e anzi un po’ straniti dalla curiosità, la loro è stata una narrazione faticosa, inesperta ed essenziale: non ritenevano fosse così interessante. Il loro viaggio è durato due anni. Come moltissime persone che vivono in un Paese di grande povertà, erano affascinati dall’Occidente che avevano conosciuto attraverso i social. Ed ambivano a migliorare la propria vita. Hanno deciso di partire con un preavviso molto breve. Sono usciti da casa con uno zainetto e a piedi, un po’ alla volta, sono andati avanti: di mezzo in mezzo, un bus o un motorino, un passaggio in auto e un pezzo a piedi. Non certo con un biglietto da casa loro a Vicenza ».
Nel libro lei parla delle loro “tappe”, più o meno lunghe, nella rotta che seguono i migranti.
«Prima il deserto del Sahara, poi la Libia, poi il Mediterraneo. Tre tappe, ed è difficile dire quale sia stata la peggiore. Il loro racconto è un vivere di giorno in giorno, una forte tensione verso l’andare avanti, più forte del fermarsi dove erano, in una quotidianità che non dava futuro né a loro né alle loro famiglie».
Quali episodi l’hanno colpita?
«Su tutti, il racconto della Libia. La parte in mare è la più breve del racconto, e anche il deserto: chi migra li attraversa in pochi giorni, perché o si riesce ad andare oltre in breve tempo oppure si muore. Non c’è un’alternativa. Ma la Libia, per chiunque passa per queste esperienze, è una memoria indelebile. Un luogo di disumanità, paura, incertezza che non sono conoscibili da chi come noi non le hanno vissute. Tutti diventano manodopera gratuita, in Libia. Ognuno è vittima della criminalità organizzata. Lavorando raggiungono la quota necessaria per andare avanti, fare il prossimo passo del viaggio… Se sopravvivono. E c’è una struttura precisa, definita, criminale che approfitta di questo loro bisogno».
Vede ancora questi ragazzi?
«Certo. Li abbiamo accompagnati per due anni, due anni e mezzo: un po’ alla volta hanno acquisito la loro autonomia e, prima uno e poi l’altro, sono usciti di casa. Continuiamo ad incontrarli: questa esperienza di accoglienza li ha aiutati a radicarsi nel territorio, ora lavorano in due ditte diverse di Vicenza, hanno messo su famiglia, pagano le tasse. Queste progettualità di accoglienza diffusa hanno portato buoni frutti. Purtroppo, sono state interrotte successivamente attraverso una drastica riduzione dei fondi per le persone migranti voluta per decreto da Matteo Salvini».
Presenterà il suo libro assieme a Lino Breda, dalle suore Canossiane, pochi giorni dopo la ricorrenza di Santa Giuseppina Bakhita.
«C’è un parallelismo fra la loro storia, fra la storia dei milioni di persone che si muovono e percorrono questa rotta, e la storia di Bakhita. Includo anche la storia dei miei genitori, che si sono spostati dalla loro terra di origine per venire qui. Spostarsi è un pensiero che muove e accomuna l’umanità. E i muri non hanno mai portato a niente: il fenomeno va governato».
Andrea Alba
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