Di passaggio a Vicenza per incontrare i Vescovi del Triveneto, il nuovo Vescovo della Diocesi thailandese di Chiang Mai, Peter Suphot Roeksujarit, ha visitato la redazione de La Voce dei Berici per conoscere il nostro settimanale e gli altri media diocesani, settore di cui si è occupato come responsabile delle comunicazioni sociali nella sua Diocesi, prima di diventare vescovo lo scorso luglio.
È stata l’occasione per intervistarlo e conoscere le sfide pastorali della sua diocesi, dove «la Chiesa cattolica è molto giovane, ha appena 90 anni ed è nata grazie ai missionari. La nostra gente è molto legata alla loro presenza, che però ora sta diminuendo. Una delle grandi ricchezze, e al tempo stesso una sfida, è riuscire a unire i diversi gruppi etnici che compongono la comunità cattolica, ognuno con le proprie tradizioni e la propria lingua.
Vi è poi la realtà dei villaggi di montagna, dove le persone vivono ancora in condizioni di difficoltà rispetto alle aree cittadine. Nella nostra diocesi di Chiang Mai contiamo circa 60 mila cattolici (su 5 milioni di persone, ndr) e in questo momento vi sono circa 4 mila catecumeni. La sfida principale è far crescere la Chiesa locale sostenendola e promuovendo le vocazioni autoctone. Al momento nel nostro clero vi sono 49 sacerdoti».
All’interno della società che posto occupa la Chiesa cattolica? Com’è percepita dalla popolazione?
«Si tratta di una realtà minoritaria. Il cattolicesimo è presente da circa trecento anni, ma la popolazione thailandese è fortemente radicata nel buddismo. Nella prima fase del processo di evangelizzazione, i cristiani non erano stati accolti favorevolmente, erano percepiti come agenti delle potenze coloniali.
In seguito, la Chiesa è cresciuta grazie all’impegno nel campo dell’istruzione, delle opere sociali e della sanità. Questo ha permesso alla popolazione di conoscere e apprezzare maggiormente la realtà cattolica».
L’esperienza religiosa dei cristiani in Thailandia si integra o si contamina in senso positivo con la tradizione buddista? In che modo?
«Oggi vi è un’accoglienza e un rispetto reciproco tra buddisti e cattolici. Questo ha portato anche a qualche influenza reciproca nei modi di pregare e nella vita spirituale.
La religione buddista è fortemente compenetrata nella vita quotidiana delle persone, poiché ha plasmato le tradizioni e le feste popolari. Nei villaggi vi sono ancora molte persone alla ricerca della verità di Dio.
Oggi abbiamo la libertà di parlare, di programmare la pastorale e di diffondere l’annuncio evangelico anche attraverso i social media. Attraverso i social media vi sono molti giovani che mostrano interesse nel conoscere Dio, spinti dal desiderio di creare unità e di scegliere uno stile di vita autentico».
Ha parlato di circa 4 mila catecumeni. Quali aspetti della proposta cristiana, della figura di Cristo o del Vangelo attraggono maggiormente?
«L’aspetto che colpisce di più è il senso di fraternità, l’essere fratelli e sorelle, la ricerca dell’unità e il valore di lodare Dio attraverso la liturgia. Alla gente piace molto cantare e celebrare la lode divina durante le funzioni liturgiche».
In passato è stato responsabile dell’ufficio comunicazioni della sua Diocesi. Che esperienza è stata e che tipo di lavoro avete svolto?
«In passato ho lavorato per vent’anni nel settore della tipografia e della stampa, per poi occuparmi della televisione diocesana.
Tuttavia, la televisione richiedeva investimenti troppo ingenti, mentre oggi con i mezzi digitali è tutto più accessibile. Attualmente organizziamo convegni e giornate di formazione per insegnare a utilizzare i social media e per diffondere la Parola di Dio attraverso i follower, che a loro volta coinvolgono i propri conoscenti.
Molti cattolici hanno amici buddisti che, seguendo i contenuti digitali, si incuriosiscono e vengono in chiesa per assistere alla Messa o per conoscerci, oppure in occasione dei matrimoni».
Vuole dire che oltre a sposi e invitati ai matrimoni partecipano anche i curiosi?
«Ai thailandesi piace molto il matrimonio cristiano per via della solenne promessa di amore eterno, un elemento assente nel rito buddista, dove la tradizione prevede soltanto il gesto simbolico di legare le mani degli sposi con degli spaghi. Per questo motivo, molti desiderano assistere alle celebrazioni nuziali cristiane».
Volevo chiederle del suo percorso personale: la sua esperienza di fede è iniziata già all’interno di un contesto familiare cristiano?
«Un tempo le comunità cristiane in Thailandia erano composte principalmente da stranieri, non solo occidentali ma provenienti anche da altri Paesi asiatici.
La mia famiglia e i miei antenati sono originari del Vietnam e sono fuggiti circa 180 anni fa, nel corso dell’Ottocento, a causa delle persecuzioni religiose subite in patria, trovando rifugio in Thailandia.
Era il re vietnamita e la popolazione locale che non accettavano la presenza dei cristiani; si trattava di una vera e propria persecuzione religiosa diretta contro di loro».
Come proseguirà la collaborazione missionaria tra le Diocesi del Triveneto e quella di Chiang Mai?
«Comprendiamo benissimo le difficoltà legate alla diminuzione delle vocazioni che le Chiese locali italiane stanno affrontando. Consapevoli di ciò, la prospettiva è quella di evolvere le modalità di cooperazione: anziché limitare la collaborazione al rapporto diretto tra singole diocesi, si intende strutturarla a un livello più ampio, coinvolgendo direttamente la Conferenza Episcopale Triveneta e la Conferenza Episcopale Thailandese.
Questo approccio manifesterà con maggiore forza l’unità e l’universalità della Chiesa».
Andrea Frison
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