E ci risiamo. Arrivano le festività di inizio novembre e nelle nostre parrocchie, mentre si cerca di guardare al Cielo e di coltivare la memoria (come tali giorni richiedono), si riaccendono preoccupazioni allarmistiche, polemiche infinite, discussioni estenuanti. Sono almeno vent’anni che Halloween turba il sonno di catechiste, responsabili di oratori, comitati di gestione delle scuole materne, perfino di qualche prete… E con quale risultato? Assolutamente nessuno, perché è una specie di battaglia contri i mulini a vento, molto simile ad altre già perdute in passato. Che la religione consumistica (perché di questo in fondo nella maggior parte dei casi si tratta) si sia appropriata delle principali festività cristiane è da tempo sotto gli occhi di tutti: Babbo Natale ha preso il posto di Gesù Bambino, i coniglietti di cioccolato quello del Risorto, i nonni quello degli angeli custodi e, appunto, fantasmi, scheletri e zombies di santi e defunti. L’impressione è che ci abbiano scippato le principali feste cristiane, svuotandole del loro significato, trasformandole in mere occasioni di consumo e di vacanza, a volte perfino veicolando idee pericolose e contrarie alla fede. Nove bambini su dieci, ben indottrinati dalla pubblicità, ma anche da genitori e insegnanti, vi diranno che la settimana prossima si resta a casa da scuola perché c’è il “ponte di Halloween”.
È chiaro che tutto questo è indice di una scristianizzazione dei costumi e del pensiero, con un ritorno a simboli e concezioni pagane e naturalistiche della vita e della morte. Le stesse concezioni su cui si innestò il cristianesimo delle origini e che ora sembrano riemergere, ma nella loro variante da centro commerciale. Quello che si ripropone è così anche il dilemma sull’atteggiamento da assumere davanti a tali fenomeni: l’opposizione e la condanna o il dialogo e l’inculturazione? Alle origini del cristianesimo gli approcci al mondo e alle sue istanze culturali furono diversi, ma quello più negativo e oppositivo rimase in realtà a lungo minoritario, perché, a partire dalla centralità della fede nell’incarnazione del Figlio di Dio, prevalse l’idea che fosse meglio coltivare un dialogo aperto e cordiale, capace di riconoscere i semi e le attese di bene presenti in ogni tradizione e manifestazione culturale, come punti di partenza e non come nemici dell’evangelizzazione. Ed è proprio questa predisposizione all’incontro, questo sguardo positivo, che ha permesso al cristianesimo e alla Chiesa di rigenerarsi continuamente e di valicare confini di spazio, di tempo e di cultura.
Ma allora concretamente ci chiediamo: dobbiamo arrenderci al fatto che Halloween abbia sostituito la festa dei Santi e la Commemorazione dei fedeli defunti? O è possibile invece evangelizzare questo neo-paganesimo di ritorno, siamo conviti di stampo più subculturale e commerciale che esoterico e occulto?
Halloween, con i suoi costumi di carnevale, gli addobbi macabri di cattivo gusto e le zucche che sogghignano nella notte, ha successo perché in fondo a tutti piace, fin da bambini, giocare ad avere paura e attraverso tali messe in scena si esterna e si esorcizza la paura più arcaica e profonda che ci portiamo dentro: quella della morte. Ma il cristianesimo non è proprio l’annuncio gioioso della vittoria del Risorto sulla morte e la fede in una luce che illumina l’oscurità dell’ade pagano? Più che opporci (come abbiamo visto, senza grandi risultati) alle festicciole di Halloween del 31 ottobre, varrebbe allora piuttosto la pena di preoccuparci che il giorno dopo ci si ritrovasse in chiesa a celebrare Ognissanti, per poter poi così visitare il 2 di novembre i cimiteri senza più paura della morte, ma con quella nostalgia dei nostri cari che, nella fede, diventa attesa di un reincontro promesso.
Alessio Graziani, donalessio@lavocedeiberici.it
© RIPRODUZIONE RISERVATA


