Gli infortuni gravi sul luogo di lavoro, mortali compresi, sono la punta dell’iceberg di un fenomeno ancora troppo sottovalutato nelle aziende, sia dai dipendenti, quanto dai datori di lavoro. Dario Bizzotto, referente punto sicurezza Cisl Vicenza, la spiega così: «Si calcola che per ogni infortunio grave (con oltre 40 giorni di prognosi, ndr) o mortale ci siano circa 30 infortuni lievi, 300 mancati infortuni e 3000 comportamenti pericolosi. Tradotto in termini semplici significa che tremila volte non succede niente, trecento volte uno, magari, scivola, 30 volte si fa male e 1 volta si infortuna gravemente o, peggio, muore».
Recentemente la Cisl vicentina ha potenziato le attività dell’Ufficio legale sindacale per fornire assistenza ai lavoratori rimasti vittima di infortunio sul luogo di lavoro e per diffondere una maggiore sensibilità sul tema. I casi arrivano sulla scrivania della coordinatrice del servizio, Maria Ester Contro. A passarli in rassegna, omettendo i nomi dei lavoratori coinvolti e delle aziende (trattandosi di casi in cui gli accertamenti e i procedimenti giudiziari sono tuttora in corso) viene la pelle d’oca. «Gli infortuni, quando accadono, non è per caso – lamenta Maria Ester Contro -. Quando si vanno a vedere le modalità in cui sono avvenuti, si risale a come vengono svolte le mansioni all’interno delle aziende e l’unica domanda che rimane è perché non sia accaduto niente prima».
A colpire, inoltre, è il fatto che molti incidenti avvengono in aziende grandi e strutturate, anche multinazionali con migliaia di dipendenti. Come quello che ha riguardato un saldatore che utilizzava la fiamma ossidrica in un ambiente ristretto che non gli ha permesso di allontanarsi sufficientemente quando l’utensile che stava adoperando ha avuto un ritorno di fiamma. L’operaio ha subito una grave ustione su una parte del corpo, aggravata dal fatto che indossava dispositivi di protezione personale non adeguati alla mansione che stava svolgendo. «L’operaio ha avuto salva la vita grazie ai colleghi – spiega Contro -. In questo caso è dimostrata l’importanza delle attività di formazione e primo soccorso. Ma la cosa importante da notare è che non si trattava di una mansione straordinaria, bensì di un’attività nella quale il lavoratore era esperto e svolgeva abitualmente».
Anche quella che ha provocato lo schiacciamento del piede e di parte della gamba di un altro operaio era una attività che in azienda si svolgeva abitualmente. E che aveva già provocato un incidente mortale, anni prima. «Tuttavia si è andati avanti lo stesso». In questo caso il lavoratore si trovava in piedi su una catasta di pesanti travi di acciaio e stava accompagnando la posa di un’altra trave quando le corde che la sorreggevano si sono spezzate. «L’operaio è riuscito a spostarsi in tempo, ma ha rischiato grosso – commenta Ester -. Tuttavia le cose in seguito non sono state facili. Lo schiacciamento è uno dei traumi più difficili da curare, richiede terapie, sedute di camera iperbarica e operazioni continue. Con tutte le ricadute sulla famiglia che questo comporta». E sul successivo reinserimento lavorativo della vittima di infortunio: «Difficilmente chi subisce un incidente torna ad essere quello di prima, anche per ragioni psicologiche, non solo fisiche» racconta Ester Contro.
Tuttavia ci sono aziende dove il lavoratore viene reintegrato e non trattato come uno scarto. È il caso di un falegname che adoperando un macchinario si è tranciato di netto quattro dita. «Ha avuto la freddezza di raccoglierle e chiedere subito aiuto ai colleghi, che inizialmente pensavano ad uno scherzo – racconta Ester Contro -. Il resto del miracolo l’ha fatto la chirurgia». In questo caso, però, «pare che la macchina in uso fosse non solo datata, ma con protezioni insufficienti, per permetterle di lavorare più velocemente». È dei mesi scorsi il caso di un operaio addetto al collaudo di macchinari che sprigionano alte temperature. «La scorsa estate abbiamo avuto problemi in molte aziende per via delle alte temperature. Inoltre, succedeva che l’azienda forniva tutto il necessario ma gli operai, per il caldo, non indossavano tutte le protezioni, ad esempio il caschetto». In questo caso l’operaio ha avuto un mancamento ed è caduto fratturandosi costole, clavicola e procurandosi un trauma cranico. «Qui la cosa incredibile è che è stato caricato in auto e portato al pronto soccorso, senza chiamare l’ambulanza. E stiamo parlando di un’azienda che fa tutta la formazione richiesta».
Se tutto questo accade in aziende grandi e strutturate, «in quelle piccole il rischio è esponenzialmente più grande e si intreccia con una mentalità tutta veneta per la quale il lavoro non deve fermarsi, deve andare avanti e va messo davanti a tutto e a tutti». Anche alla vita delle persone, che però vanno ben oltre il singolo lavoratore. «Un incidente sul lavoro, infatti, ha un costo sociale enorme, sui lavoratori, sulle loro famiglie e sui colleghi». Il risvolto della medaglia è l’analisi del mancato infortunio. «Ci sono aziende molto mature su questo fronte – conclude Ester Contro -. In un’azienda cartiera vicentina una dipendente ha rischiato di venire travolta dalla caduta di un bancale di carta. L’azienda ha analizzato l’accaduto e preso provvedimenti. Oggettivamente ci sono lavori più rischiosi di altri, su questo non c’è dubbio. Ma è la testa, la mentalità e la cultura delle persone a fare la differenza. Delle aziende e dei lavoratori. E la sicurezza sul lavoro si basa sulla prevenzione.
Andrea Frison
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