«Il teatro è il paese del vero» aveva intuito Victor Hugo. E di verità nello spettacolo “Oltre le parole” – che andrà in scena domenica 21 dicembre, alle 16, al teatro comunale Karol Wojtyla di Santo Stefano di Zimella – se ne potrà cogliere in maniera copiosa. Gratuito l’ingresso. Attori sono alcuni utenti del centro diurno
“La filanda”, servizio psichiatrico dell’Ulss 9 scaligera con sede a Cologna Veneta, gestito dalla cooperativa “Farsi prossimo”. Loro che fin da subito con originalità e creatività hanno deciso di denominarsi “Tessitori di sogni». «A differenza del teatro tradizionale, uno spettacolo presentato da un gruppo in riabilitazione ha
caratteristiche socio-culturali. Qui il teatro viene utilizzato come strumento per promuovere la coesione e l’inclusione sociale, per superare lo stigma, quel “marchio” che contiene tutti i pregiudizi negativi in grado di colpire le persone con disturbi mentali», spiega la regista Antonella Diamante, formatrice e fondatrice del
Teatroprova di San Bonifacio giunto al 36mo anno di attività.
Il testo, scritto dalla stessa Diamante, parte da una riflessione di Massimo Recalcati sull’uso delle parole, riconducibili a tre categorie: le parole-luce, quelle che illuminano il nostro cammino, ci sostengono, ci gratificano, ci aiutano nel percorso di vita; le parole-proiettili che ci feriscono e ci raggiungono pure attraverso
i social minando con il bullismo la salute fisica e psicologica; le parole che restano in gola, quelle che ci fanno ammalare l’anima, che vorremmo dire e che invece tratteniamo dentro. «Io aggiungo – precisa la regista – che ci sono anche le parole che curano, ovvero che danno speranza». E scopriamo altri elementi importanti. «La tecnica utilizzata si ispira al cosiddetto “Metodo Stanislavskij” non disdegnando la contaminazione con il “Teatro povero” di Jerzy Grotowski. Obiettivo di questo laboratorio teatrale non è far diventare attori le persone che vi partecipano, bensì far pervenire, tramite esercizi e giochi teatrali, a una maggiore consapevolezza di sé, dei propri limiti e delle proprie potenzialità.
All’interno del laboratorio si studiano e si perfezionano la concentrazione, la lateralità, la gestione dello spazio, le relazioni e naturalmente le emozioni. In genere il teatro è finzione, cioè l’attore fa credere al pubblico di essere un personaggio con emozioni proprie. Nel nostro ambito si lavora sul concetto di
verità, ossia si analizza ciò che ogni membro del gruppo “sente”. Ne consegue che si portano in scena non degli attori, ma “persone” con la loro autenticità e capacità di trasmettere emozioni vere». Per lo spettacolo ha collaborato Nives Fattori, Terp (terapista di riabilitazione psichiatrica) di riferimento del centro diurno. I componenti del gruppo di teatro si sono espressi con proposte, idee, suggerimenti, e il risultato finale è lusinghiero. Evidenzia la regista: «In sede di laboratorio le assenze sono molto rare, i partecipanti apprezzano notevolmente il tipo di attività, sono collaborativi, propositivi e pronti a sperimentare con entusiasmo nuovi esercizi o a rielaborarne alcuni di base. A loro cerco di ricordare che sono persone con dignità e che tali si resta, pur a fronte di un problema fisico o mentale. Cosa osservo? Il costante progresso nell’autonomia in scena, nella concentrazione, nell’offrire soluzioni in caso di oggettiva difficoltà».
«Chi verrà allo spettacolo potrà vedere il mondo dei pazienti psichiatrici in maniera più realistica – assicura lo psicologo e psicoterapeuta dottor Alberto Rossi, referente per l’Ulss 9 del centro diurno -. Da notare che i loro sono disturbi più che malattie. Disturbi peraltro che tutti noi possiamo avere. Questo teatro costituisce un’opportunità per incentivare una cultura del rispetto, dell’inclusione, della comprensione reciproca. Serve a
rimuovere preconcetti, a sollecitare una visione umana e integrata della persona, a far cadere certe etichette. In fondo, la diagnosi non può racchiudere l’intera persona, ma interessa quella particolare fragilità, quella specifica sofferenza».
Conclude la regista: «Avevo iniziato il mio percorso di teatro al centro diurno nel febbraio 2015 con molte perplessità, però mi sono subito ricreduta per la generosa accoglienza e la profonda umanità delle persone che accedono al servizio. Ringrazio tutti i professionisti e gli operatori che lavorano nell’équipe per il
sostegno e l’appoggio che non sono mai mancati alle mie proposte».
Maria Bertilla Franchetti
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