Il 14 dicembre si celebra il Giubileo dei detenuti. A Vicenza il vescovo Giuliano presiederà una Messa per i detenuti della Casa circondariale “Filippo Del Papa” di Vicenza giovedì 18 mattina.
La Voce dei Berici ha incontrato Luciana Traetta, direttrice del carcere vicentino. Laureata in Giurisprudenza, con un tirocinio con un Magistrato di Sorveglianza ha incontrato diversi carceri. Ha vinto il concorso come direttrice nel 2023, a 28 anni, divenendo la più giovane tra i direttori di carcere in Italia.
Direttrice, come sono stati questi primi anni a Vicenza?
«È stato un bel cambiamento, perché ho lasciato le mie abitudini, una città che mi piaceva, Lecce, le amicizie e sono arrivata qui da sola, in un posto totalmente nuovo. Non ho rimpianti».
Cosa fa il direttore di un carcere?
«Mi verrebbe da dire di tutto: passo dalla caldaia che non funziona alla “domandina” (ogni richiesta deve essere fatta per iscritto, ndr), alle ferie del personale. I poliziotti sono 187, mentre 19 sono i dipendenti civili».
Quanti detenuti ci sono a Vicenza?
«Oggi sono 360, ma i detenuti entrano ed escono ad una velocità abbastanza sostenuta. È una realtà eterogenea, con tre circuiti, che separano i detenuti in gruppi simili: quelli di alta sicurezza del 41-bis sono circa 90; i collaboratori di giustizia circa 30; gli altri sono di media sicurezza, cioè reati come spaccio, furto, contro la persona. Sono categorie molto diverse tra loro perché ognuna ha problematiche peculiari e richiede delle attenzioni differenti. Per esempio, i collaboratori fanno un percorso di vita molto particolare, che coinvolge le loro famiglie. I detenuti di alta sicurezza sono per lo più italiani con una personalità complessa, mentre nella media sicurezza c’è di tutto: dallo spacciatore al maltrattante. Qui, però, si è abbassata molto l’età media, tra i 18 ed i 25 anni, e ci sono importanti marginalità. Forse in questo momento storico ne intercettiamo molte che derivano dalla mancanza di un lavoro, e di una casa… ».
Che ruolo ha il volontariato oggi al “Del Papa”?
«La scuola è affidata agli istituti superiori “Piovene”, “Canova” e “Quadri”, oltre al CFP San Gaetano, mentre il lavoro alle cooperative. Il polo sanitario dipende dall’ULSS 8 di Vicenza, un vero fiore all’occhiello. Tutto il resto esiste grazie al volontariato, anche dei ministri di culto (cattolici, evangelici, imam e testimoni di Geova). La San Vincenzo provvede ad aspetti materiali dei detenuti soli. Il CSI fa nascere progetti come quello “carcere-scuola” e altri che mostrano soprattutto ai più giovani questa realtà. Per le misure alternative contiamo su “Il lembo del Mantello” e sul “Progetto Jonathan”, di grande aiuto per i detenuti dopo il carcere».
E quando escono?
«Purtroppo lo stigma rimane. Forse perché la società non è ancora pronta a farsi carico dell’idea di assumere o di dare un’opportunità ad un ex detenuto. Molto è già cambiato, ma rimane molto da fare. Ci sono dei ponti tra il dentro ed il fuori carcere: alcuni ex detenuti sono stati assunti ed hanno iniziato una vita nuova. La casa, secondo me, è il problema maggiore, perché molti di loro non hanno un’alternativa abitativa, requisito anche per le pene alternative… Per noi la Comunità Papa Giovanni XXIII è un riferimento importante per la questione abitativa, ma non solo».
Un’altra questione aperta è la famiglia…
«Si vede nelle motivazioni chi ha famiglia e chi no. Chi ha qualcuno che lo aspetta fuori, s’impegna con tutte le proprie forze. I colloqui sono una volta alla settimana e possono durare una o due ore, in presenza o in videochiamata, tramite Teams. Questa possibilità, eredità del Covid, è fondamentale per mantenere i legami con i figli, per ridurre tempi e costi dei viaggi».
Di cosa hanno più bisogno i detenuti?
«Hanno bisogno di più attenzione al dopo, che è delicatissimo. La maggior parte dei detenuti vive il periodo della detenzione pensando, spesso con timore, a quello che succederà finita la pena. Servirebbe una piccola certezza. Pochi giorni fa è uscito un detenuto che non sapeva dove andare, tanto che mi ha chiesto di rimanere negli alloggi demaniali, continuando a fare il giardiniere, pur di rimanere in carcere. Tra di loro c’è una forma di solidarietà e, insieme, di scaramanzia, perché solitamente chi esce non si porta via molte cose: è un modo per sostenere chi resta, ma anche per chiudere un capitolo di vita».
Essere una donna giovane con un ruolo direttivo in questo contesto le ha creato difficoltà?
«Qui tutti hanno più esperienza di me. Persino i detenuti! L’essere donna non è stato un problema, mentre l’età solo all’inizio. Questo è un ambiente che riconosce chiaramente i ruoli: se non altro per comodo. Cerco sempre di parlare con tutti, soprattutto con i detenuti, perché voglio conoscere le loro storie e le loro necessità. Ho trovato una realtà complessa come carcere, ma con una bella sinergia dal punto di vista dei rapporti umani, anche con le istituzioni esterne».
Che desideri ha per questa casa circondariale?
«Il mio mandato ha un termine, ma Vicenza sarà sempre la mia prima esperienza da direttrice, quindi c’è un affetto particolare. Quando cambierò servizio vorrei che continuasse quello che ho provato a costruire: un metodo, un’organizzazione, un modo di pensare… La mia vittoria sarà il giorno che saprò che si fa bene quello che faccio anche senza di me».
Naike Monique Borgo
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