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Il fiume Po è un torrente e l’Italia brucia sempre di più

Caldo record e siccità riportano al centro l’emergenza climatica. Secondo Anbi, gli effetti del cambiamento climatico stanno incidendo sempre più su economia, agricoltura e qualità della vita, con il rischio di una riduzione del 5% del Pil entro il 2040

25 Giugno 2026
in Italia, In primo piano
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Il fiume Po è un torrente e l’Italia brucia sempre di più

Il ponte della Becca alla confluenza del fiume Po e del suo affluente Ticino, del Parco del Ticino. Ponte della Becca (Pavia), 13 aprile 2023. ANSA/LUCA ZENNARO

L’ondata di caldo eccezionale che sta interessando l’Europa e l’Italia, con temperature record e condizioni di siccità sempre più diffuse, riporta al centro dell’attenzione gli effetti concreti del cambiamento climatico. Un fenomeno che non riguarda soltanto l’ambiente, ma che produce conseguenze sempre più pesanti sull’economia, sull’agricoltura e sulla qualità della vita dei cittadini. In Italia, il fiume Po sembra diventato un torrente. L’Italia del nord soffre la sete come non mai; quella del sud quasi “affoga” nell’acqua. A conti fatti – e non ancora conclusi – i danni per l’economia agricola e più in generale per il Paese in termini di vivibilità e prospettive, si contano in miliardi di euro. E, in prospettiva, se nulla verrà fatto e se il clima continuerà a cambiare così, si parla di un taglio del 5% del Prodotto interno lordo da qui al 2040. Certo, gli strumenti per intervenire ci sono tutti, mancano però i soldi (e forse la consapevolezza di quanto sta accadendo). A mettere in file numeri odierni e futuri, ci ha pensato l’Associazione dei consorzi di bonifica e irrigazione (Anbi) che ha presentato tutto in una delle giornata più roventi degli ultimi tempi.

Il Po, dunque. Anbi spiega: “Dati alla mano, nella prima settimana di questo mese, il Po registrava un flusso superiore ai 1.000 metri cubi al secondo (mc/s) al rilevamento di Pontelagoscuro, nel Ferrarese; tale quota si è più che dimezzata in pochissimo tempo, scendendo sotto la soglia critica dei mc/s 450. Nelle scorse ore il crollo del Grande Fiume è stato ancora più marcato, scendendo sotto i 350 metri cubi al secondo”. Mentre l’acqua del mare è risalita di 10 chilometri.

Poi il resto dell’Italia. “Nel 2026 – dicono ancora i tecnici – il Nord è sull’orlo di una crisi idrica, con precipitazioni in forte deficit rispetto alle medie storiche, mentre il Sud registra riserve idriche molto abbondanti, ribaltando una siccità che perdurava da oltre due anni”. Per capire meglio, basta qualche esempio: in Piemonte fino a maggio è piovuto il 23% in meno rispetto alla media e le riserve sono inferiori del 42% circa rispetto al 2025; in Lombardia siamo a circa il 30% in meno; in Trentino Alto Adige nei primi 5 mesi del 2026 è piovuto il 39% in meno rispetto alla media degli ultimi 30 anni. Nel mezzogiorno, sottoposto ad una serie di veri e propri cicloni mediterranei, le riserve sono “esplose”: +60% in Puglia, +42% in Sardegna, + 65% in Sicilia. Intanto, il clima è sempre più instabile ovunque. Nel 2026, dice sempre Anbi, fino ad oggi ci sono state già 584 “grandinate grosse” (quasi il doppio rispetto al 2025) e 80 tornado.

Sono due le circostanze che impressionano i tecnici: la velocità dei fenomeni e la loro potenza. E tutto senza dire delle temperature che crescono e che sono la vera causa di quanto sta accadendo.

Stando alle indicazioni di Hypermeteo e Radarmeteo (che lavorano con Anbi per il monitoraggio del clima), il vero cambiamento è proprio quello delle temperature: “Si tratta specificatamente – viene spiegato in una nota – di un aumento di temperatura del Pianeta, che interessa la sua fascia esterna, quindi la terra, i mari e gli oceani; tutte le altre evenienze (livello dei mari, scioglimento dei ghiacci, modifica della corrente del golfo, eventi meteorologici severi…) ne sono conseguenza”. Se si guarda al Mediterraneo più da vicino, il cambio dei tradizionali “schemi” meteorologici blocca sempre di più l’anticiclone delle Azzorre e lascia spazio a quello africano. Il risultato?

Il caldo sempre più forte. Con tutto quello che ne consegue non solo in termini di vivibilità ma anche di produzione di cibo, di attività industriale e sociali.Per capire meglio bastano ancora pochi numeri. Anbi, Hypermeteo e Radarmeteo stimano che “in uno scenario di adattamento intermedio e con una visione nazionale, l’impatto complessivo sul Prodotto Interno Lordo possa essere tra il -3% e -5%”. Poi, certo, ci sono i dettagli, che fanno davvero spavento. Con un aumento medio di 2 gradi il turismo internazionale in Italia potrebbe calare del 15%; con 3 gradi in più, le rese agricole caleranno del 20% e soprattutto la mortalità umana aumenterà del 100%.
Ma che fare?

Contro il gran caldo e la carenza d’acqua occorre mettere in campo tutte le tecnologie possibili per il buon uso delle risorse idriche e la loro raccolta.

I piani per l’Italia ci sono, ma servono soldi e volontà politica. E servono anche dati certi, ma in Italia, è stato detto da Anbi, Hypermeteo e Radarmeteo “manca il servizio meteorologico nazionale, ma si dispone di un collage di dati raccolti a livello regionale: si è cioè privi di una visione climatica unitaria”.

Andrea Zaghi

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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