Non è un semplice documento sul fenomeno migratorio, ma un percorso di lettura della realtà e, insieme, una proposta integrale rivolta soprattutto alle comunità cristiane. È questa la caratteristica del testo Il fenomeno migratorio nel Nord-Est. Sfide e opportunità per le comunità e il territorio, elaborato congiuntamente, in questi mesi, dalle Delegazioni Caritas e Migrantes del Triveneto e che porta la data della Giornata mondiale del migrante e del rifugiato del 27 settembre 2026. L’obiettivo è mettere in comune l’esperienza maturata nei diversi territori e offrire alle Chiese del Nordest strumenti per affrontare una trasformazione che non può più essere considerata una parentesi emergenziale.
Una realtà che cambia
Il fenomeno migratorio, osserva il documento, rivela anche una crisi più ampia: l’indebolimento dei legami sociali, la difficoltà delle istituzioni nel governare processi complessi e la crescente polarizzazione del dibattito pubblico. Per questo il discernimento non può partire da schemi astratti, ma dall’ascolto dei territori, delle storie, delle fatiche e delle risorse concrete delle comunità.
Una delle questioni più significative è quella dell’abitare. Nel Triveneto la difficoltà di trovare una casa riguarda tanto le persone migranti quanto molti giovani italiani. L’aumento degli affitti e la disponibilità limitata di alloggi a prezzi accessibili rendono la casa una delle principali fragilità sociali. Per gli stranieri residenti in Italia, secondo il dato Istat riportato nel documento, il 15,7% vive in famiglie che destinano oltre il 40% del reddito alle spese per l’abitazione.
Accanto alla questione abitativa emerge un apparente paradosso: mentre in molte province del Triveneto dimiologico nuisce la presenza straniera, aumenta la percezione di una «invasione» e, contemporaneamente, il sistema produttivo continua ad avere bisogno di lavoratori. Il documento ricorda che in Veneto nel 2024 oltre un terzo delle assunzioni previste ha riguardato lavoratori stranieri, soprattutto nei settori della cura alla persona, dell’agricoltura, dell’edilizia, della logistica, del turismo e dell’industria manifatturiera.
Paure, comunicazione e linguaggio
Da qui la necessità di guardare con attenzione anche al modo in cui il fenomeno viene raccontato. Il documento non nega le paure presenti nella società e invita piuttosto ad ascoltarle, distinguendo però tra dati oggettivi e percezioni. Una comunicazione dominata dalla semplificazione rischia infatti di trasformare l’immigrazione in un «problema» e lo straniero in un potenziale nemico. Per questo una parte
specifica è dedicata al linguaggio. Le parole, si sottolinea, non sono neutrali: possono contribuire a costruire inclusione oppure esclusione. Il documento invita quindi a evitare espressioni improprie e discriminatorie e propone una vera e propria «conversione» dello sguardo: dalla cultura dell’indifferenza alla cultura delle differenze e, da questa, alla convivialità delle differenze.
Dalla denuncia alla proposta
Un passaggio decisivo avviene nella seconda parte del documento, dedicata a trasformare i valori della fede in un agire concreto. Le migrazioni vengono definite un «luogo te », un banco di prova della capacità delle comunità cristiane di vivere il Vangelo nel cambiamento d’epoca e un’occasione per sperimentare una fraternità capace di allargare il «noi». Le direttrici proposte sono essenzialmente quattro: educare all’accoglienza, educare all’ascolto, educare al discernimento e favorire collaborazioni trasversali. Accogliere non significa improvvisare né sostituirsi alle persone accolte, ma verificare le risorse disponibili, garantire condizioni rispettose della dignità e accompagnare percorsi che responsabilizzino tutti. In questa prospettiva alle comunità cristiane non viene chiesto di fare tutto da sole. Il loro compito principale è quello di creare relazioni e reti.
Una Chiesa che non parte da zero
I numeri mostrano che un impegno concreto già esiste. Sulla base dei dati raccolti da 13 delle 15 Caritas diocesane del Triveneto, sono almeno 2.600 le persone accolte direttamente dalle diocesi, mentre circa 80 immobili di proprietà diocesana risultano messi a disposizione, oltre a circa 200 immobili parrocchiali. Una parte significativa delle parrocchie è quindi già coinvolta direttamente nell’accoglienza, mentre molte altre operano attraverso la sensibilizzazione, i Centri di Ascolto e l’accompagnamento delle comunità etniche. L’orizzonte finale è quello di una comunità nella quale accoglienza, prossimità e fraternità non siano soltanto parole, ma criteri concreti per affrontare insieme il cambiamento.
Alessandro Polet
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