Avremmo decisamente preferito in questo editoriale parlare di Sanremo. Degli appelli alla pace risuonati dal palco del 76° Festival della Canzone Italiana; della vittoria del melodico Sal Da Vinci che, controcorrente, parla di un amore di coppia che dura per sempre; di cantanti tendenzialmente un po’ spenti, che hanno dato il meglio di sé nelle cover, cioè guardando al passato; di qualche spettacolarizzazione della fragilità che – nonostante le migliori intenzioni – a molti non è piaciuta, perché non tutto può essere in qualunque momento dato in pasto a telecamere e a folle superficialmente plaudenti.
Ma su tutto questo, per quanto interessante e rivelativo di un clima generale, non possiamo dilungarci, perché più forte delle canzoni di Sanremo sono risuonati purtroppo sabato scorso il “ruggito del leone” israeliano e la “furia epica” statunitense.
Alla fine è accaduto ciò che molti temevano: in modo sciagurato Trump e Netanyahu si sono nuovamente alleati dando inizio a una “operazione militare” contro l’Iran e il suo regime che rischia ora di allargare a tutto il Medio Oriente la distruzione appena sopita a Gaza. Chissà se il piano di attacco alla Repubblica Islamica non sia stato concepito proprio a margine della prima riunione del controverso Board of Peace, tavolo più di appetiti economici e geopolitici che realmente umanitario.
Certo è che mentre il Segretario di Stato USA Rubio da Ginevra ribadiva che la via diplomatica restava preferibile, un dispiegamento di armamenti israeliani e statunitensi già si stava posizionando, e non certo per una crociera, nel Mediterraneo e nel Golfo Persico.
I bombardamenti hanno distrutto il quartier generale del regime iraniano, causando la morte della guida suprema Ali Khamenei, ma hanno anche seminato morte e distruzione tra i civili terrorizzati, nell’ora in cui si va al lavoro o si lasciano i figli a scuola. E la risposta iraniana, come prevedibile, non si è lasciata attendere, facendo piovere paura e morte dal cielo non solo su Israele, ma anche sulla maggior parte dei Paesi del Golfo, come Qatar, Kuwait, Dubai, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti, colpendo a loro volta basi militari e strutture civili.
Il regime che dal 1979 governa l’Iran è una dittatura feroce, che ha sempre represso nel sangue ogni forma di protesta e dissenso interno, considerando la cultura occidentale il male assoluto e la rivendicazione dei diritti umani un attacco all’islam e ai suoi valori. Pochi hanno pianto per la morte di Khamenei.
Nonostante questo, e nonostante preoccupasse la corsa iraniana agli armamenti, questo attacco è profondamente ingiusto e pericoloso e dovrebbe indignarci tutti, non meno dell’invasione russa dell’Ucraina o della strage di palestinesi a Gaza. La verità è che Putin, Trump e Netanyahu si stanno comportando esattamente allo stesso modo. Ma sull’insipienza di questo attacco il silenzio dei governi europei (esclusa la Spagna) è deludente e imbarazzante.
Ogni guerra (di questo si tratta anche se la si presenta come “operazione militare”) è intrinsecamente ingiusta, afferma senza esitazioni e possibilità di fraintendimenti il Magistero della Chiesa da Giovanni XXIII a papa Leone. E questa lo è ancor di più perché guerra “preventiva”, non risposta cioè a un attacco esterno, ma volta a rendere innocuo un nemico che, almeno finora, era solo potenziale.
La dinamica è per certi versi simile a quanto accadde vent’anni fa in Iraq, quando gli Stati Uniti abbatterono il regime di Saddam Hussein, ma le armi di distruzione di massa (chimiche e nucleari) non vennero trovate e, lungi dall’approdare alla democrazia, il Paese venne lasciato precipitare in una sanguinosa e mai terminata guerra civile.
Anche Bush come Trump era repubblicano. Anche Bush, come Trump e Netanyahu, aveva secondo molti analisti un gran bisogno, per mantenere il proprio potere, di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi interni del suo Paese. Ma il prezzo di simili strategie è sempre altissimo e a pagarlo alla fine è la gente comune. Davanti a Dio dovranno risponderne un giorno i grandi della terra.
Alessio Graziani, donalessio@lavocedeiberici.it
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La Guerra è sempre una sconfitta e queste guerre non portano la pace ma generano caos. L’America non guarda dentro di se dove la gente muore per il fentanil e le città sono piene di senzatetto e di affamati. Oggi guardiamo sbigottiti e disarmati tutto questo dolore.