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Repubblica italiana

Formigoni: «Dopo 75 anni vale ancora la pena festeggiare il 2 giugno»

Il 2 e 3 giugno del 1946 gli italiani furono chiamati a scegliere la forma di Stato. Vinse la Repubblica e il re Umberto II di Savoia lasciò l'Italia
di Lauro Paoletto

Il prossimo 2 giugno saranno 75 anni dal referendum istituzionale con il quale gli italiani scelsero la repubblica come forma di stato, archiviando così 85 anni di storica monarchica. Il 2 giugno rappresenta dunque per il nostro Paese quello che il 14 luglio è per la Francia (anniversario della presa della Bastiglia) e il 4 luglio per gli Stati Uniti (anniversario della dichiarazione d’indipendenza dalla Gran Bretagna).

Fu quello un passaggio fondamentale per il futuro del Paese, certo non facile ma decisivo. Oggi quella scelta sembra molto lontana. Iniziò da lì la storia repubblicana nella quale i cattolici, fin dall’inizio svolsero un ruolo decisivo. La Repubblica, pur tra stagioni complicate e sofferte in questi 75 anni è cresciuta e si è consolidata anche per il contributo significativo dei cattolici. Oggi vive una nuova stagione delicata e difficile con nuove sfide, in parte inedite.

Per fare un bilancio di questi 75 anni dal punto di vista cattolico abbiamo sentito Guido

Guido Formigoni

Formigoni, storico, professore ordinario alla Iulm di Milano, già presidente de La Città dell’uomo, associazione fondata da Giuseppe Lazzati, coordinatore del comitato scientifico per le ‘Opere del cardinal Martini’, promosse dalla omonima Fondazione.

Professore Formigoni quale fu l’atteggiamento dei cattolici e della Chiesa al momento del referendum costituzionale? E quale fu la reazione dei cattolici e della Chiesa alla vittoria della Repubblica?

«I cattolici italiani erano profondamente divisi. La gran parte della gerarchia e gli ambienti più conservatori consideravano la monarchia una sorta di eredità della visione naturale della società gerarchica voluta da Dio. C’erano poi larghi ambienti abituati alla tradizione, che pensavano al cambiamento come un caos. Ma erano molti i militanti repubblicani, sia tra coloro che avevano seguito il popolarismo prefascista, sia tra i giovani che fecero la Resistenza.

Fu proprio per questo che De Gasperi manovrò accortamente per far decidere il popolo direttamente con il referendum (in questo modo certo la decisione sarebbe stata più legittimata, ma avrebbe anche permesso alla Dc di non dividersi in un imbarazzante voto in costituente, raccogliendo l’elettorato cattolico a prescindere dalle convinzioni istituzionali). Alla fine il voto cattolico per la monarchia fu rilevante, dati i risultati non così divaricati del referendum. Ma non lasciò strascichi significativi dopo il 2 giugno, anche per la debolezza degli ambienti partitici monarchici. L’operazione politica di De Gasperi ricomprese e in qualche modo smorzò tutto questo mondo conservatore sospettoso e chiuso».

La costruzione dell’Italia repubblicana deve molto alle scelte e all’impegno dei cattolici, che seppero valorizzare tutto il loro bagaglio formativo e di valori maturato negli anni della dittatura. La Costituzione del 1948 è uno dei frutti più importanti di questo lavoro. Cosa resta oggi di quel patrimonio?

«Quel patrimonio è ancora di per sé fondamentale, soprattutto se lo si interpreta come risultato della capacità dei cattolici (o meglio di una loro componente, quella dei giovani “professorini” vicini a Dossetti e Moro) di fornire un linguaggio comune per il riconoscimento reciproco tra persone di ideologie diversissime e lontane tra loro. Il linguaggio del personalismo intrecciato con quello della comunità: la sintesi ideologica degli artt. 2 e 3 è cruciale. Una repubblica che ‘riconosce’ e quindi non crea i diritti, uno Stato che interviene a togliere gli ostacoli alla cittadinanza. Stato democratico-sociale. Su quella sintesi (anche per i suoi caratteri rivolti in qualche modo al futuro) si è lavorato per anni, e molti vi ci sono avvicinati, anche partendo da punti di vista diversi. Ovviamente, negli ultimi decenni, l’impressione è che si è un po’ lasciato indietro il compito di rinnovarla e rilanciarla, rinfrescandone la volontà di comunicazione e soprattutto di attuazione. E oggi forse ha perso riconoscibilità nella società italiana frammentata e dispersa: naturalmente però tale sintesi lavora ancora sotterraneamente, e prima di averne un’altra a disposizione, sarebbe bene non illudersi di potersene disfare allegramente».

Come storico e cattolico, come valuta lo stato di salute della Repubblica italiana oggi?

«Qui bisognerebbe scrivere un libro (io sto pubblicando una piccola storia della Repubblica proprio per i non addetti ai lavori). Ma credo sia giusto considerare ombre e luci, non per spirito di malintesa equidistanza, ma per riconoscere che nonostante tutti i limiti e i condizionamenti interni e internazionali, la Repubblica ha consolidato nel tempo una democrazia accettabile. Negli ultimi tempi parliamo di declino del paese ed è regola attribuirlo soprattutto ad una politica inadeguata: io penso bisognerebbe mettere sul piatto anche i limiti di una società stanca, invecchiata, incerta, inacidita. Che tanto per dire due cose, fa pochi figli e risparmia invece di investire…».

Vale la pena quindi festeggiare ancora il 2 giugno?

«Certamente. Vede: ci sono esponenti delle destre che hanno teso a delegittimare feste come il 2 giugno o il 25 aprile perché a loro dire “divisive”. Mentre sarebbe meglio concentrarsi su feste dal significato unitario come il 17 marzo, data della costituzione nel 1861 dello Stato unitario. Ragionamento capzioso: come se il 17 marzo tutti gli italiani fossero stati con Vittorio Emanuele di Savoia! Il problema non è che siano simboli di per sé unitari, ma se si vuole o no riconoscere il significato universale (che vale anche per gli sconfitti di allora) della Liberazione e della Repubblica. Qui una parte del paese cade ancora oggi».

I cattolici continuano a dare un contributo, per molti versi decisivo alla tenuta della Repubblica, solo che sembra che questo avvenga più per l’impegno dei singoli (basti pensare al presidente della Repubblica Mattarella) che non per un disegno complessivo che ispira qualche forza politica. Concorda?

«Beh, il tempo del “cattolicesimo politico” è alle nostre spalle, temo in modo irreversibile (nonostante qualche tentativo di buona volontà di rilanciarlo). Del resto, negli ultimi tempi, l’unità politica dei cattolici copriva a stento posizioni culturali molto diversificate. Dovremo abituarsi a considerare il contributo dei credenti dentro a grandi o piccoli contenitori culturali e politici. Altro però è che questo contributo sia riconoscibile, ascrivibile anche alla sua matrice di fede incarnata nella storia. Tutti sanno che Mattarella rappresenta anche questo e la stima per lui incorpora questo contributo. Penso che i cattolici italiani dovrebbero lavorare di più per evidenziare, comunicare, rafforzare, questo significato».

La Chiesa che ruolo può giocare in tutto questo?

«La Chiesa, popolo e pastori assieme, continua ad avere un compito cruciale. Nella società lacerata e divisa, contribuire a portare cultura, comportamenti, attitudini, virtù, che diano il senso di una convivenza alta. La Repubblica è autogoverno, è civismo, è responsabilità morale. Anche qui c’è però spesso un equivoco: per favorire la convivenza occorrerebbe abbassare l’asticella delle proprie verità o dei propri “valori”. Niente di tutto questo, ma occorre preoccuparsi che questi messaggi forti raggiungano le persone, anche mediandoli nella cultura attuale e occupandosi della qualità delle forme di convivenza, non facendo la lobby per i propri obiettivi. E poi, scusi, ma credo fortemente che le nostre comunità cristiane potranno fare questo se si occuperanno di più della vita quotidiana, di accompagnare le persone non solo nei momenti festivi dell’esistenza, ma sul lavoro, sui modelli di comunicazione, in famiglia. Lì sono oggi gli sterminati territori di quello che si chiamava un tempo il nesso tra evangelizzazione e promozione umana».