A casa ha un berretto con scritto “Non sono un dj” per sgombrare il campo da un equivoco di fondo, quando si parla di musica elettronica: «Confonderla con la musica da discoteca o con il dj che mixa le tracce». Per Elisa Dal Bianco, 32 anni, di Schio, la musica elettronica è molto di più: è ricerca, studio e sì, anche divertimento. È nata infatti quasi per gioco la passione di questa violinista formatasi al Conservatorio di Vicenza.
Elisa, quando hai cominciato ad interessarti di musica elettronica?
«Per molti anni ho suonato nell’orchestra di Breganze, poi ho provato a creare qualcosa di originale, di mio, e ho iniziato a suonare il violino elettrico. Da qui ho iniziato a sperimentare loop ed effetti, e ho iniziato ad aggiungere tracce e altri strumenti utilizzando programmi per il computer e sintetizzatori. La cosa ha iniziato a divertirmi. Un bando della Biennale di Venezia mi ha permesso di partecipare ad alcuni workshop con altri musicisti e mi sono appassionata ancora di più a questo mondo».
Va ricordato che sei figlia d’arte. Tuo padre, Giuseppe Dal Bianco, è un noto musicista e collezionista di strumenti a fiato. Si sono incrociate le vostre esperienze musicali?
«Sì, insieme abbiamo anche fatto un disco, “Impact”. Sono partita proprio dai suoi strumenti per campionare suoni più organici, che mi prendessero a livello emozionale. Ho rallentato molto le tracce registrate fino ad ottenere dettagli dell’onda sonora, molto oscuri o molto intensi, a seconda degli strumenti che la emettevano».
È difficile diventare musicisti professionisti nel settore della musica elettronica?
«È una domanda complessa. Oggi diventare musicisti non è difficile, siamo circondati da strumenti che ci consentono di apprendere in fretta. Anche nella nostra provincia moltissimi suonano e hanno i loro progetti, c’è un continuo confronto di idee e stili. Allo stesso tempo, proprio perché è facile essere musicisti, è molto difficile emergere ed esserlo da professionisti. La mia opinione è che oggi chi emerge deve avere due requisiti: essere completamente aderente ai “canoni” del suo genere musicale e riuscire a mettere in campo un lavoro di marketing digitale efficiente. Se non hai questi due requisiti è difficile diventare musicisti di professione».
Come impatta l’intelligenza artificiale nel tuo lavoro?
«Credo che la sua diffusione sia irreversibile. Mi è capitato di imbattermi in brani realizzati interamente dall’IA davvero fatti bene. Ci si spaventa, ma credo che quello che un artista può continuare a dare sia il lato umano. Non tanto l’espressione di un’emozione, ma la quotidianità, la condivisione del processo creativo. Un vero “fan” non si può affezionare a lungo termine a un artista “finto”, che non esiste».
Andrea Frison
© RIPRODUZIONE RISERVATA


